(Lki lilnivcrsitv ofCblcaQO librarics CARLO LANDI «f DEMOGÒRGONE CON SAGGIO DI NUOVA EDIZIONE DELLE «GENÒLOGIE DEORUM GENTILIUM» DEL BOCCACCIO E SILLOGE DEI FRAMMENTI DI TEODONZIO 1930 -Anno Vili CASA EDITRICE REMO SANDROIS PALERMO / ..\: X)^V^ Propiietà artistico-letterarìa dell'Editore REMO SANDBON ^ ^ìmiìoF tiVV \ Off. TifOQR SANDRO^. - {25o .'t-V-W DEMOGORGONE 984996 A GIEOLAMO VITELLI SavdÓTQix' fii^eov /us òiòàoHaÀog èaxsi' àyqtog, òv fiàonrovoi Ta^slg jiQuiìXoyoi jioÀiai. ' Ek toO 3T(x>s xà-Qtv ovjtoz' èXe§a rooadza nag' aùvoi) ò(ì)Qa Àafiòv XagÌTCov, noXkà tu xQ'^^'^à fiaddìv ; Tovì'Ojna vdv y' legòv (ìsXtìoxov T§óe yeyQàqìdoì 'àvògóg, oi' otò' alvslv xolOi. uaKulGi tìéfii^'. C. uaivcòv òaifiovioìf uaTayyeXevg . I. Leggesi tiqW Orlando Innamorato del Boiardo (II xm) che com'ebbe Orlando tolto seco il bellissimo giovinetto Ziliante appena restituito alla forma umana dopo la metamorfosi in drago, a gran dispetto della fata Morgana (st. 26), Allora il Conte a lei cominciò a dire: Vedi, Morgana, io voglio che mi giuri Per Io Demogorgon a compimento Mai non mi fare oltraggio o impedimento. Demorgorgone!... Chi era costui lo dicono le due stanze seguenti (27-28) : Sopra ogni fata h quel Demogorgone (Non so se mai lo udiste raccontai^) E giudica tra loro e fa ragione, E quello piace a lui, può di lor fare. La notte si cavalca ad un montone, T^-avarca le montagne e passa il mare, E streghe e fate e fantasime vane Batte con serpi vive ogni dimane. Se le ritrova la dimane al mondo, Perchè non ponno al mondo comparire. Tanto le batte a colpo furibondo. Che volentier vorrian poter morire. Or le incatena giù nel mar profondo, Or sopra il vento scalze le fa gire. Or per il foco dietro a sé le mena, A cui dà questa, a cui quell'altra pena. Un castigatore terribile in verità, a proposito del quale ben potrebbe addirsi alle meschine il lamento di Tacito : non esse dìs curae securita- tem nostram, esse ultionem (Hist. I 2), Onde il giurare nel suo nome dovette avere la stessa forza che per gli dèi d'Omero il giurare per lo Stige (st. 29): E però il Conte scongiurò la fala Per quel Demogòrgon, ch'ò suo si tenore. La qual rimase tutla spaventala, E fece il giuramento in gran Umore. -_ 7 — Questa presentazione del personaggio non corrisponde propriamente che a una fase della sua fittizia esistenza; ma, sopra tutto, convien cre- dere che, rivolgendosi oggi a persone dotte o colte, sarebbe fuor di luogo insinuare il dubbio espresso nella parentesi del secondo verso della stanza 27 (tanto meno poi quale comparisce nel rifacimento del Berni : (( Non so se mai l'udiste nominare »); e ciò perché, oltre allo stesso poema di Mat- teo M. Boiardo, che per la sua vastità pochi bari tempo e voglia di leg- gere intero (.1), tanti altri scrittori ne hanno oramai parlato, e tra i poeti niente meno che l'Ariosto, sùbito dopo il suo maggior predecessore. Veramente non è il messer Lodovico del Furióso, ma quello dei Cinque canti, i quali hanno sempre avuto e sempre avranno minor numero di lettori, cosicché, se si desse ragione a chi oggi intende negarglieli, non sarebbe grave iattura per la sua fiorente gloria poetica. Orbene, il primo di quei Cinque canti, fino dal bel principio, ci trasporta nella dimora di Demogòrgone, là in Oriente, dove (st. 1) Sorge fra il duro Scila e l'Indo molle Un monle che col ciel quasi confina, l'Himàlaya, dunque, sul quale rifulge, cinto d'orride balze e di rovine, un tempio, il più bello e meglio adorno Che vegga il sol ira quanto gira intorno. È la sede del quinquennale convegno delle fate presso il loro si- gnore (st-4) : Quivi Demògorgon, che frena e regge . Le fate e dà lor forza o ne le priva. Per osservala usanza e antica legge. Sempre che al lustro ogni quint'anno arriva. Tutte chiama a consiglio, e dall'estreme Parti del mondo le raguna insieme. Questa volta è Alcina che tutta crucciosa fa le sue rimostranze con- tro Orlando per l'affronto recato a Morgana, benché l'ira sua — si ag- giunge — muova da più intime e personali ragioni, com'è dell'altre fate che tutte sfogano le loro querele contro Carlo imperatore e i Paladini (1) Vedasi ora il bel lihvo di Gn'uo Rkichenhacii, MiiìIco Maria fìoiariìo, Bologna, Zani- chelli [1929]. — 9 — suoi; finché non prende la parola il sommo duce per pronunciare la sen- tenza (st. 30) : Poi che Deniogorgon, principe saggio, Del gran consiglio udì tutto il lamento, Disse: Se dunque è general l'oltraggio Alla vendetta general consento : Che sia Orlando, sia Carlo, sia il lignaggio Di Francia, sia tutto l'imperio spento: E non rimanga segno ne vestigi. Né pur si debba dir: Qui fu Parigi. Lasciamo ora il parlamento delle femmine votare ad unanimità (con l'unica astensione di Morgana per il giuramento che sappiamo) la fiera condanna francofoba, di cui sarà Invidia il principale strumento; e la- sciamo l'Ariosto per venire a due poeti de' nostri giorni, presenti al pen- siero e all'animo di noi tutti : Giosuè Carducci e Gabriele D'Annunzio. / Dei quali il primo nella poesia intitolata La morte del gigante, che fa' parte di jRime e ritmi, ci riferisce un sommesso dialogo da lui sorpreso tra Nettuno — quello petroniano del Giambologna che parla della sua « bronzea gioventù » — r e la Sirena che gli sta dappresso. Dice il dio delle acque con parola allettante : Bella mia, quando in ciel dorme La caligine lunar. Ne la veglia de le l'orme Ci vogliamo disposar. Ma la Sirena respinge l'amoroso invito : Ahi mio re! L'insonne eterno Demogòrgone non vuol, E la tenebra d'inferno Mi sorprende in faccia al sol. Non si direbbe ch'ella è pavida dell'ira del tremendo signore, al pari delle fate boiardesche e ariostesche .!^ Sentiamo ora il D'Annunzio nel- V Anniversario Orfico (P.B.S., vm luglio 1822; delle Laudi libro II, Elet- tra, p. 268 ss.); un dialogo anche questo: Ed ella disse: « Non l'Orfeo treicio. Non su la lira la divina testa, Ma colui che si diede in sagrificìo Alla tempesta »<. — 10 — Dissi: «0 veggente, che faremo noi Per celebrar l'approdo spaventoso? Invocheremo il coro degli eroi? Tremo, non oso. Questo naufrago ha forse gli occhi aperti E negli occhi l'imagine d'un mondo Ineffabile. Ei vide negl'incerti Gorghi profondo. E tolto aveva Prometeo dal rostro Di vùlture, nel sen de la Cagione Svegliato avea l'originario mostro Demogorgòne! » È palese a chi si vuole alludere. Eccoci così condotti dinanzi al poeta che veramente, assai più di questi poeti nostri antichi e nuovi, ha reso noto, anche in Italia, il nome del Demogòrgone; dinanzi « ai mani de l'Orfeo cerulo», a al cuor de' cuori» (L'asfodelo, ih. p. 340), a Percy Bisshe Shelley autore del Prometeo Liberato. In questo magnifico e su- blime dramma cosmico eh 'è stato detto a ragione (da piti straordinaria creazione poetica del secolo XIX)) (1) e che, pur non dettato nella lin- gua d'Italia, fu concepito e scritto tutto in Italia, e potremmo anzi dire con Dante « quasi per ogni parte dove questa lingua si stende », aven- dolo egli incominciato l'autunno del 1818 nella villa dei Cappuccini presso Este offertagli dall'amico Byron, proseguito la maggior parte a Roma (( in mezzo alle gigantesche rovine delle terme di Caracalla », com- piuto a Firenze nell'autunno del 1819, il vecchio iddio miisterioso è in- dotto come uno dei principali personaggi e il piìi alto in dignità di tutti : egli è che pronuncia solennemente la condanna dell'iniquo e ignobile dispotismo e proclama la nuova legge di redenzione e rigenerazione nel- l'amore; egli è il liberatore di Prometeo e il debellatore di Giove. Che cosa debba colui rappresentare nel simbolismo filosofico del dramma, lo fa intendere il poeta in più luoghi, ma una volta, nella scena prima dell'atto terzo, lo fa dire esplicitamente a lui stesso, rispondendo alla domanda di Giove, sbigottito dalla strana apparizione che muove in- contro al suo trono : << Sono Eternità. Non dimandare più diro nome!» (2). (1) SniiLLKV, Prometìieus Vnboiind, con introduzione e note di G. Feurando, Firenze, Le Mónnier, s. d., p. VII. (2) « ElcTnìty. Dcmand no direr name n. Ilo cilalo dalla stupenda traduzione di Adolfo dr Bosis, // Prometeo liberato di P. B. Shelley, (Bologna, Zanichelli, s. d.), superiore alle pre- cedenti pur pregevoli che l'Italia possiede del capolavoro immortale ■ - 11 - E nella scena quarta dell'atto precedente Asia e Pantea andate alla ri- cerca di Demogòrgone vedono, caduto il velo, «una possente oscurità... senza membra o contorno..., e pure uno spirito vivente». Già si com- prende di qui che lo Shelley, pur traendo partito dall'antica tradizione mitica, l'ha profondamente modificata in modo da incarnare in essa il proprio pensiero, rivendicando a sé lo stesso diritto di cui avevano già fatto libero uso i tragici greci, com'egli ama riaffermare sul principio della sua prefazione. Vedremo ora in che modo e per quali ragioni. Ricordiamo. Narrava il mito greco, drammatizzato da Eschilo nella grandiosa trilogia di cui solo ci avanza il Prometeo incatenato, che il ribelle magnanimo era consapevole d'un segreto dal quale dipendeva la stabilità del potere di Giove. A nessun patto il Titano, conficcato alla rupe del Caucaso in pena dell'aver largito il fuoco celeste ai mortali, consente a rivelare quel segreto, sfidando impavido le tremende minacce del re degli dèi, che da ultimo gl'inasprisce la pena con l'inabissar la rupe giù nel Tartaro tenebroso, dove un avvoltoio gii roderà il fegato perpetuamente rinascente. Bensì nel dramma che faceva seguito a que- sto, cioè nel Prometeo liberato, del quale rimangono frammenti, avve- niva una riconciliazione tra i due antagonisti, scesi con l'andar dei se- coli a piìi miti consigli; e Giove mandava Ercole a liberare Prometeo, che a sua volta rivelava finalmente il famoso segreto: e questo era che, se Giove avesse sposato Teti, sarebbe nato dalle loro nozze un figlio desti- nato ad esser piìi potente del padre e a detronizzarlo, così cona'egli, Giove, aveva spodestato Crono o Saturno suo padre. Quindi Teti vien data in isposa ad un mortale, Peleo, e dalla loro unione nascerà il grande Achille; mentre Prometeo è assunto al concilio degli dèi d'Olimpo. Non è qui il caso d'intrattenersi delle diverse interpretazioni che fu- rono date della tragedia eschilea (1), né della mirabile e varia fortuna che ha incontrato il vetusto mito di Prometeo nelle letterature moderne, dando ispirazione a novelle opere d'arte, quante volte un nuovo o rin- novato ideale di libertà e dignità umana siasi affermato con patimenti e martirii di contro alle resistenti forze del passato ch'esso mira a di- ci) Possono vedersi accuralamenle esposte e discusse nella prefazione dì M. Fuochi alla sua Versione del Proni, di Escnn.o (Palermo, Sandron), nel libro di M. Vai.gimigi.i, La Irì- logia di Prom. (Bologna, Zanichelli), nella prefazione di V. Errante allo stesso dramma da lui egregiamente tradotto in veste poetica (Milano, Mondadori), in quelle di N. Terzachi, A. Mancini., M. Barone alla stessa tragedia greca da ossi Illustrata, e in più altre opero. — 12 — struggere (1). Qui basti accennare che nel dramma shelleyano le nozze di Giove con Teti si compiono; ma il figlio che ne nasce e di cui quegli si rallegra come del nuovo prodigio che sarà terrore del mondo, dopo aver fluttuato incorporeo in mezzo ai numi, quand'è scoccata l'ora fa- tale riveste forma incarnata e apparisce d'un tratto quale il vero potere primitivo e supremo del mondo, Demogòrgone, per rovesciare il pre- sunto padre dal trono usurpato e trionfare della vittoria ottenuta sul male nell'universo pacificato dall'amore. Che tutti i personaggi del Prometeo liberato, incominciando dal protagonista, siano altrettanti simboli, è certo e manifesto: ma nessuno piìj simbolo del Demogòrgone, ch'è lo spirito dell'Eternità, idea pura- mente astratta, anzi la piìi astratta che possa mai esistere, non avendo principio né fine, talché di quello si afferma che conosce le cose tutte che furono, sono e saranno. Preannunziato fin dal primo atto come « te- nebrore tremendo » (a tremendous gloom) e altrove detto amorfo come la Notte sua madre, cioè l'oscurità originaria, non ha che quel minimo di antropomorfismo ch'era necessità poetica affinché potesse parlare e agire come dramatìs persona. Notevole in particolar modo che la sua di- mora si dice essere una profonda caverna sotterranea entro un'alta mon- tagna. Quali gli antecedenti piìi diretti di tale figurazione mitica? Per rendercene conto dobbiamo risalire a un poeta nostro più vec- chio del Boiardo e dell'Ariosto, e che non dobbiamo tardare ad aggiun- gere qui sesto tra cotanto senno : intendo dire Giovanni Boccaccio. Poeta egli è veramente nel suo capolavoro di prosa, anziché nei troppi poemi o versi che scrisse; ma non si tratta ora né di questi né del Decameron, bensì della maggiore sua opera erudita in lingua latina, che ha per titolo Genealogiae deorum gentìlium. La quale si apre appunto con l'appari- zione del Demogòrgone, narrata in modo da richiamarci alla miemoria quella del dio Giano in principio dei Fasti di Ovidio, quando al poeta alessandrineggiante, incerto della natura e degli attributi del dio che deve cantare per primo, compare davanti all'improvviso il dio stesso, secondo il costume che pare fosse familiare ai poeti alessandrini, pronto (1) Perciò la sua fecondità è l'orse ancor lungi dall'essere esaurita, e inlanlo è certo che al celebre libro di Aivruno Giiaf, Prometeo nella poesia si potrebbe aggiungere qualche altro capitolo per altri l'rometei venuti in luce dipoi, tra i quali meriterebbe luogo eminente quello del belga Iwan Gilkin, apparso hi suo connazionale M, Maeterlinck « forse la più alla tragedia del tempo presente ». — 13 — bonariamente a fornire tutte le spiegazioni desiderate del nome e del- l'esser suo {F. I 103 ss.): Me Chaos antiqui — nam sum ves prisca — vocabant: Aspice quam longi temporis acta canam. Lucidus hic a'ér et quae tria corpora restarti, Ignis, aquae, tellus, unus acervus erat Tunc ego, qui fueram globus et sine imagine moles. In faciem redii dignaque membra deo. Nunc quoque, confusae quondam nota parva fìgurae, Ante quod est in me postque, videtur idem. Così il Boccaccio, forse avendo presente al pensiero questa epifania del vecchio dio laziale (il cui nome si tenne già derivato da Hianus e perciò connesso etimologicamente con hiare e ;^àos), dopo aver de- scritto l'albero genealogico de' più vetusti dèi che al sommo vertice col- loca il Demogòrgone, immagina di vederselo comparire davanti ad un tratto lui medesimo, avvolto in grandissima maestà di tenebre (swnma cum maiestate tenebrarum) tra nebbie e caligine, vestito d'un pallore muscoso e d'una sprezzata umidità, ed emettente un tetro e fetido odore di terra : tale egli lo vede aggirandosi nei profondi abissi sotterranei. Né può trattenere un sorriso nel mirare colui che la stoltezza degli antichi fantasticò non generato da alcuno, eterno e padre delle cose tutte, na- scosto nelle viscere della terra. Qui messer Giovanni pare siasi ricordato d'essere l'autore del Decameron, onde non a torto quella figura caotica e grottesca sembrò al De Gubernatis <( una prima nota umoristica degna di un Hoffmann, d'un Gian Paolo Richter, d'un Heine o d'un Edgardo Poe » (1). Egli è tra gli scrittori a noi noti certamente il primo a far menzione del Demogòrgone; ma donde gli venne l'idea di questo essere primigenio, concepito e atteggiato in tal modo e fatto capostipite di tutte le divinità d'Olimpo .l> Agevole e non dubbia è la risposta, perché, diver- samente da quel che avviene in altre sue opere erudite latine, in questa che intitolò Genealogiae o Genologie deorum gentilium lo scrittore non fa mistero delle sue fonti, ma tiene a indicarle volta per volta con scru- polosa esattezza. In questo caso la fonte citata è Teodonzio : quel Teo- (1) A. De Gubernatis, Giov. Boccaccio (Milano, 1904-05), p. 512. E aggiunge: «L'autore del Decamerone che, chiuso nel silenzio della sua cameretta, ride in l'accia al fantasma mitico del Demogorgone avrebbe potuto offrire materia d'un bel quadro ad alcun pittore fiam- mingo », — U — donzio il cui nome accade d'incontrare spessissimo nel corso dell'opera, ma tanto poco conosciuto d'altronde, da essere apparso in generale poco meno misterioso che quello stesso del Demogòrgone, Ci viene anche rife- rito quale, al dir di Teodonzio, sarebbe stata l'origine di quella cre- denza: non a studiosis hominibus, sed a vetustissimis Arcadum rusticìs. I quali, si aggiunge, abitatori d'un paese montagnoso e semiselvaggio, vedendo la terra produrre alberi e sementi, fiori e frutti, e alimentare tutti gli animali, stolidamente la credettero sempiterna; laddove i ve- nuti dappoi, un po' più accorti {paulo altius sentientes), non la terra semplicemente dissero autrice di quelle cose, bensì le ritennero impli- cita una mente divina, al cui cenno quelle obbedissero, ed essa colloca- rono nei luoghi sotterranei; tanto più che entrando talora quei primitivi negli antri e nei profondi recessi del suolo, con l'illanguidire della lucè e col crescere del silenzio, all'orrore dei luoghi sentivano aggiungersi la religio, e s'insinuava negl'ignari il sospetto della presenza d'un essere divino. A. questo diedero nome Demogòrgone : se non che, ad accrescerne, la maestà, e forse anche temendo che a nominarlo non s'irritasse contro di loro, gli Arcadi stessi vietarono publìco consensu che quel nome ter- ribile venisse impunemente profferito da chi che sia. In prova di che ['viene allegato un luogo di Lucano e uno di Stazio; nei quali però non è I questione degli Arcadi, ma soltanto si accenna ad un dio supremo, our \ nipotente e innominabile. Nel primo, che rappresenta una macabra scena di negromanzia, la maga tessala Eritto — la « Eriton cruda » di Dante, (( che richiamava l'ombre ai corpi sui» — per evocare lo spirito d'un estinto, dal quale avere predizioni infallibili, non bastando le preghiere alle deità infernali, ricorre alle minacce e dopo aver giurato tra l'altro di trarre le Furie alla luce, se non sarà esaudita, e di spezzare le caverne di Plutone, aggiunge come supremo scongiuro {Ph. VI T42 ss.) : Paretìs? an ìlle Compellandus erit, quo numquam terra vacato Non concussa Ireniit, qui Gorgona cernit upertam, Ve.rbcrihusque suis trepidam castigai Erinym, Indespecla tenet vobis qui Tartara, cuius Vos estis, superi, Stygias qui pelerai undas? Non rimane senza effetto il tremendo scongiuro : sùbito le potenze d'A- verno si piegano al volere della maga e le concedono l'esorcismo ago- gnato. Altrettanto avviene nella Tebaide, dove il vecchio cieco Tiresia, assistito dalla figlia Manto, per ordine di Eteocle vuole con lo stesso '''■■ ^ 16.-. ■ ■ ' mezzo — essendo la negromanzia, dice Stazio, il più sicuro espediente di divinazione (T/i. IV 409 ss) — conoscere sùbito l'esito futuro della guerra tebana. Immolate le nere vittime e acceso il fuoco del sacrifìcio, alla formola d'evocazione pronunciata dal vate sono restie a rispondere le ombre : ond'egli, chiamate in testimonio le Furie, prorompe nella in- defettibile minaccia (io. 511 ss.): lam nequeo tolerare moram... Spernite ne, moneo; et nobis saevire facuUas. Novimus et quidquid dici noscique timetis Et turbare Hecaten, ni te ,Thymbraee, vererer, Et triplicem mundi summum, quem scire nefastuin. Illum... sed taceo: prohibet tranquilla senecius. Anche qui l'effetto è sicuro e immediato: si spalancano le porte dell'In- ferno e ne escono a frotte le ombre, tra le quali lo spirito di re Laio, dopo aver lungamente resistito alle preghiere di Tiresia, si avvicina e parla, maledicendo Edipo e tutta la sua discendenza e predicendo i fu- turi eventi. Chi è mai, dunque, questo potente sovrano del triplice moii- (Jo — cielo, terra, inferno — dal nome ineffabile e capace di si alti por- tenti.»^ Chiediamolo allo scoliaste di Stazio, a Lattanzio Placido, che a questo proposito ha una lunga nota (IV 516) di cui gioverà riferire la parte essenziale : « Dìcit autem deum SyjjitoupYÓV, ,cnius scire nomen non licet. Infiniti autem phìlosopho- rum, magorum, Persae etiam, confirmant reuera esse praeter hos deos cognitos qui coluntur in templis, alium principem et maxime dominwn, ceterorumque ordinatorem, de cuius ge- nere sint soli Sol afgue Luna. Celeri vero, qui circumferrl a sphacra nominantur,i eius cla- rescunt spirìtu, maximis in hoc auctoribns Pythagora et Platone et ipso Tagete:... Si ergo sciri nefas est, disci a vale non potuit. Licet magi sphragidas habeant, quas putant Deù no- mina continere, sed Dei vocabuluni a nullo sciri hominuin potesl... Scd cum magi vellcnl virtutìs eius, ut putabant, sese comprehendere singulas appellationcs, quasi per naiurai'um potestates abusive niodo designarunt et quasi plurimorum numinum nobilitate Deum ap- pellare conati sunt, quasi ab effectu cuìusque re inductis vocabuUs. Siculi Orpheus {ecit et Moyses, Dei summi antìstes, et Èsaias et his similes. Etrusci confirmant nymphujn, quae non- dum nupta fuerit, praedicasse maximi dei nomen exaudìri ab homlne per naturae fragìli- tatcm pollutionemque fas non esse. Quod ut documentis assercret, in conspectu -ceteronum ad aurem taciti Dei nomen nominasse, guèm ilico ut dementia corrcplum et nimio turbine coactum exanimasse. Sunt qui se, licei secreto, scire dicunt, sed Jalsum sciunt, quoniam res ineffabilis comprehendi non potest. Ora sarebbe in verità temerario affermare che Stazio e prima di lui Lucano pensassero appunto a tutte le cose dette da Lattanzio Placido, il quale realmente ci offre qui, come in altri luoghi del suo commento. — 16 — ma sopra tutto qui, testimonianza della sua fede filosofica e religiosa, rivelandosi per un neoplatonico molto probabilmente iniziato ai misteri di Mitra, per un seguace cioè di quel sincretismo religioso, in sostanza eliolatrico, che ebbe così gran voga negli ultimi tempi del paganesimo e segnatamente nel secolo quarto dopo Cristo, nel secolo cioè di Giu- liano, di Giamblico e di altri, dei quali iu egli forse contemporaneo oltre- ché correligionario (1). Invece, risalendo al tempo di quei due poeti ro- mani, al secolo primo dell'era volgare, è noto che quelle tendenze e credenze non ancora esistevano, o tutt'al più appena in germe. Qu?into a Lucano è certo che, scrivendo quei tali versi, doveva pensare al De- miurgo degli stoici o, forse meglio, dello stoicismo platonizzante di Po- sidonio, non senza qualche influsso o sentore, tuttavia, dei misteri or- fici largamente diffusi nell'impero romano, quando in ispecie fa men- zione del tremuoto che tien dietro al profferire il nome del supremo signore dell'universo. Lo stesso può dirsi di Stazio, sebbene in realtà questi non fosse intendente e appassionato di filosofìa al pari di Lucano, qui come altrove suo modello, e se da lui deirivò l'episodio, lo fece sem- plicemente in grazia del suo carattere meraviglioso (2). Ma quel che più importa notare si è che nel testo di Lattanzio Placido il nome Ò7]/LiiovQyóv fu restituito per congettura dagli editori, mentre nei manoscritti com- pare variamente e stranamente alterato. Le varianti registrate nella edi- zione dello Jahnke sono queste : Demoirgon (M), emoirgon, id est sum- mum (Pa), demogorgona summum (L), demogorgon, id est summum (Pb). Cresce poi a dismisura il numero delle varianti se ci rivolgiamo a esaminare le glosse dei manoscritti di Stazio e di Lucano in que' due luoghi paralleli : chi scrive ne ha riscontrate parecchie come ^emor- gonta (3), demorgon (i), demogelgunta (5), demogerontem (6) ecc., e cosi altri (7). Tra esse a un certo momento vediamo affacciarsi e quasi pre- Ci) Per solilo lo assegnano al seslo secolo, ma si veda la mia memoria // carme de ave Phoenice e il suo autore in Alti Accad. Padova 1914. Avrò presto occasione di ritornare sul- l'argomento. Cfr. anche Funaioli, Da un codice di Valenciennes in Studi ital. di l'ilol. class. XXI (1914) p. 63; Marchesi, Si. d. lelter. latina II p. 165 in fine. (2) Cl'r. L. I^KGiiAS, Elude sur la Théba'ide de Stace, Paris, 1905, pp. 161 ss, I-vi anche un confronto tra la scena di Stazio e quella di Seneca nelVOedipus 391 ss. (Legras pp. 174 ss.)> (3) Valic. lat. 1615. (4) Yen. Marc. 454 Z., Neap. Farn. IV E 28 e 29. (5) Neap. Farn. IV E 32. Lo stesso ha in marg. gemagorgon. (6) Riccard. 842. Aggiungi demoirgon Laur. 38, 6, demorgoron Laur. Ashb. 264, ecc. (7) Da un codice di Dresda p. es., pubblicava il Manitius il seguente scolio stazianp: « Dermoygon dicìt, de quo philosophi omnia creata aperibant (Rhein. Mus, 1902, p. 410). valere; presaga poco dal secolo duodecimo in poi, la forma demogórgon o, all'accusat., demogorgona, come si vide in due dei codd. dello Jahn- ke (1). Orbene, quest'ultima variante non è certo dovuta al caso né a ignoranza od oscitanza di copisti come quelle altre sopra riportate. Chi primo la escogitò, verosimilmente nel leggere la nota di Lattanzio Pla- cido, dovette avvicinare nella sua mente al luogo di Stazio, cui essa si riferisce, il luogo analogo di Lucano, dov'è detto che quel sommo iddio può fmanco mirare la Gorgone scoperta, cioè rimosso ogni velo, a fac- cia a faccia (qui Gorgona cernlt apertam), senza rimanerne, come qual- siasi altro essere, impietrato; e avere da ciò desunta quella che a lui par- ve essere la retta grafìa del nome misterioso e terribile: Demogorgon, Se così è, a chi può congetturarsi esserne venuta l'idea? Senza che sia dato affermarlo con sicurezza, il tenore dell'esposizione che si ha nel Boccaccio induce a credere che quell'avvicinamento, con la conseguente creazione o deformazione del nome cui arrise fortuna, sia da attribuire proprio a Teodonzio. Certamente fu costui che, se anche lo rinvenne nei margini o tra le righe di qualche codice, ne trasse partito per manipolare tutta quella genealogia degli dèi pagani nel modo che vedremo. Ma chi era Teodonzio .t^ Questo autore, come si sa, quasi esclusivamente conosciuto per quel tanto che ne riferisce il Boccaccio nella sua vasta compilazione mitografìca e nel Commento alla Divina Commedia, è parso così enig- matico, che ne fu persino messa in dubbio la reale esistenza. Si sospettò, infatti, nel secolo scorso che in Teodonzio non dovesse ravvisarsi altri che quel certo Teocrito o Teocresto o come altrimenti si chiami ch'è ci- tato da Fulgenzio nel suo libro Mythologìarum {2); né mancò di {^i chi accusasse il Boccaccio d'esserselo addirittura inventato. In buon punto a tale scetticismo fu messo un giusto freno dalla parola autorevole di At- tilio Hortis, che dimostrò con argomenti inoppugnabili l'assoluta infon- datezza dell'accusa. « E forse verrà il giorno », egli scriveva, <( che si sco- . prirà quel famigerato Teodonzio, per cagion del quale il Boccaccio fu ac- cusato come impostore. Bella gratitudine invero! Il Boccaccio conserva i frammenti di un autore perduto; e i posteri invece di giovarsi di questi frammenti, lo accusano di aver inventato uno scrittore che non è mai esistito.... » (3). Benché quel giorno non sia propriamente ancora venuto, (1) Cosi hanno Valic. lat. 1616. Vcn. Marc. XII 134, Neap. Farti, IV E 30, Caesen. 20, 5, ecc. (2) I 21, 7: anche Thcocnidus in Ftvnii Planciadis Fulgentii Opera, p, 32, 7 Helm. (3) A. Hortis, Studi sulle opere latine del Boccaccio, Trieste, 1879, p. 464. V 2 — 18 ~ è opinione ormai prevalente che fosse codesto Teodonzio « un compila- tore latino d'assai bassa epoca, la cui opera oggi perduta trovavasi an- cora tra le mani del Boccaccio », come ha detto un eminente studioso (1). A-ggiungo che ora vi è anzi modo di determinarne, almeno in modo ap- prossimativo, i confini di luogo e di tempo. Che avesse per patria la Campania si desume da un passo del Fons memorabilìum universi di Domenico Bandini da Arezzo, specie di enciclopedia tuttora inedita in un codice laurenziano, donde il Sabbadini estrasse le parole seguenti: Thedontius (sic) Campanus diligens investigato{r) poetici figmenti (2); alle quali parole fa seguito uno spazio bianco (sette o otto righe), in cui il compilatore si proponeva certamente di aggiungere qualche altra di- lucidazione. Quanto poi al temipo, laddove l'Hortis, tutto ben ponderato, si accontentò di rilevare che Teodonzio <( non fu contemporaneo né di Antigono né del Boccaccio, visse dopo Giulio Cesare e dopo Servio Ono- rato commentatore di Virgilio, e forse anche dopo Fulgenzio )> (3), credo possibile stabilire un più preciso <( terminus ante quem » , anzitutto in grazia di un commento medievale alle Metamorfosi di Ovidio contenuto in un codice monacense, del quale ebbe ad occuparsi distesamente il Meiser (4). Fonte precipua di questo scoliaste è Menegaldo, indicato a volte con la semplice sigla M; assai di frequente, com'è naturale trattan- dosi di soggetti mitologici o affini, vien citato Servio, largamente usato del resto anche dove non occorre il nome: ma un paio di volte si vede fatta menzione anche d'un altro interprete o piuttosto d'un altro mito- grafo. Nella nota a Metam. XI 583 A t dea non ultr a leggiamo in- fatti quanto segue : Servius {Servus ms.) dicit quod non licei alieni sacri- ficare prò mortuo aliquo {a quo ms.), donec faciens sacrificium purga- verit se aliqua purgatione - vel aliter secundum (sed ms.) theo, quia non conveniebat superos orare prò mortuis, sed injernales. Il luogo di Servio (1) A. Hauvette, Boccace^ 'Etude biographique et lìtteraire, Paris, Colin, 1914, p. 425 s, (2) Cod Laur. aedil. 172, voi. Ili, f. 170. Cfr. Sabbadini in Studi Hai. di filo], class., vo- lume V (1897), pp. 376 s.; e 0. Zenatti, Dante e Firenze, ed. Sansoni, s. d. p. 275. (3) A. HoRTis, o. e, p. 466. Egli mette in chiaro che Teodonzio fu anteriore a Paolo Peru- gino, il dotto bibliotecario della corte angioina e una delle principali fonti del sapere mito- logico del Boccaccio, per i non pochi luoghi delle Gen. deor. dove è citato Theodontius et posi eum Paulus. Erroneamente il Mehus, male interpretando un passo del libro XV della Gen. deor., aveva identificato Teodonzio con Paolo Perugino; lo stesso errore nel Cochin, Boccace, p. 134 s. (in nota). (4) Veher ein Commentar zu den Metam. des Ovid in Sitz. -Ber. Akad. Wiss. Munchen 1885, pp. 47-89. — 19 — è ad Aen. XI 2. Così anche a Ovidio metam. IX 449 Aegeas... in A side terra è apposta questa chiosa: sustantiv. i. e. in Asia terra, vel aliter secundum (sed ms.) theo Asia fuit mulier unde patria est dieta. Asis nomen gentile, sed tamen formam habent patronomicam (sic). Qui il riferimento è a Serv. ad Aen. II 341, e per Asia ad Erodoto II 45. (( Wer der andere theo genannte Erklàrer ist (denn ein solcher ist wohl anzu- nehmen), ist mir unbekannt » avvertiva il Meiser (p. 72). Per me non v'ha dubbio che si tratta proprio del nostro Teodonzio, il cui nome an- che nell'autografo del Boccaccio si vede talvolta decurtato in theo (del pari nelle edizioni, compresa l'ultima del Micyllus) : giacché le spiega- zioni sopra dette sono del tutto simili a quelle che si trovano riportate con l'autorità di lui nei varii libri delle Gen. deor., del che può ognuno sincerarsi scorrendo la compiuta raccolta dei suoi frammenti in appen- dice al presente scritto. Ora, come il diatto codice monacense è del secolo undecime, se ne ricava la conseguenza che Teodonzio non potè vivere in età posteriore. Vien fatto di pensare, mettendo in relazione le circo- stanze di tempo con quelle di luogo, che questo scrittore dal nome più greco che latino sia da collocare appunto in quel periodo tra il nono e l'undecimo secolo, quando il ducato napoletano sotto la sua terza dina- stia, grazie al valido impulso dato da Sergio I e dai suoi successori, fio- riva meravigliosamente di studi letterari come nessun 'altra parte della penisola: studi ch'erano ad un tempo di materie sacre e di cose profane, di greco e di latino. Si leggano o rileggano a questo proposito le succose e istruttive pagine d'un insigne maestro che, dopo aver richiamati or ora alla memoria una quantità di fatti comunemente poco noti, conchiu- deva a buon diritto col dire: «Io non so quale altra città in quel tempo possa presentare un tanto e tale moto di cultura». (1) Che se nello spazio testé indicato di tre secoli si desidera una più precisa determinazione, dobbiamo senza esitare fermarci al secolo nono, e ciò per la seguente ragione. Nel commento di Servio a Virgilio — s'in- tende dire del Servio Danielino o aiictus — v'è un passo dove già altri notò la menzione di Teodonzio, nella chiosa a Aen. J^28 Ganymedis, ^T che così suona : (( Sane hic Ganymedes latine Catamitiis dicitur, licet Theòdotius, qui Ilìacas res perscripsit, hunc fiiisse Belin Chaldaeum di- (1) M. Schifa, Il Mezzogiorno d'Italia anieriormenie alia monarchia, Barv Laterza, p. 114. Con Napoli va ricordata Salerno, in un certo tempo anche superiore ad essa come centro di cultura. cat et Laomedonti praedixisse tunc perituram et civitatem et regnum Troianum^ cum de monte Metios sponte fuisset saxum elapsum; quod cum evenisset, postea llium esse dirutam (1). È un particolare che non accade di rinvenire altrove, ma l'avvicinamento che qui vìen fatto è in- dubbiamente anch'esso della stessa natura dei tanti che già conosciamo di Teodonzio dalle allegazioni del Boccaccio; mentre la designazione di lui come scrittore di cose troiane può spiegarsi col fatto che nel luogo in questione si tratta d'un personaggio troiano. Per la cronologia se ne inferisce che, essendo i due più antichi manoscritti del commento del Servio Danielino all'Eneide, cioè il Cassellano (già Fuldense) e il Flo- riacense, assegnati concordemente al secolo IX-X, per certo non andrà Teodonzio collocato più in qua del secolo nono. Risalire più- addietro, tutt'al più, della seconda metà dell'ottavo secolo non pare consigliabile, perché probabilmente verrebbero a mancare le condizioni di cultura pre- supposte dalla farragine teodonziana e converrebbe, d'altra parte, spìn- gere troppo più in là del verosimile quell'erudita falsificazione bizantina che fu il Protocosmo di Pronapide ateniese, donde lo stesso scrittore as- serisce d'aver derivato gran parte del proprio sapere. Questo ci conduce a prendere un po' in esame il contenuto delle notizie mitologiche riferite dal Boccaccio sotto il nome di Teodonzio e a rintracciarne le fonti, tra le quali sembra primeggiasse quella greca scrittura di Pronapide. Non però intendiamo addentrarci a fondo nei problemi della composizione del- l'opera boccaccesca, appena sfiorati dalla dottrina di Oscar Becker, che pur fu di questa così benemerito per averne scoperto l'autografo nel co- dice laurenziano 52,9 e pubblicatene in edizione diplomatica alcune parti : la prefazione generale, i proemi ai libri singoli, e sopra tutto gli ul- timi due libri per disteso (XIV e XV) con la diffusa apologia delle favole mitologiche e della poesia, come quelli che presentano maggior interesse e più stretta attinenza con la critica letteraria del tempo e con la vita e l'operosità artistica dell'autore. Lasciando ad altri d'occuparsi in modo esauriente di tale soggetto (2), daremo qui in appendice un saggio d'una (1) Nell'ediz. di Thilo-Hagen 1 p. 24, 11, 6-10: ivi anche negli Addenda, p. 656. Cfr. 0. Hecker, Boccaccioiundei Braunschweig, 1902, p. 272, n. 3. (2) Apprendo ora da G. Pasquali, Textkritik, in Gnomon 1929, p. 517 2, che un gio- vane studioso fiorenlino si è assunto di studiare la composizione dello zibaldone boccaccesco; del quale speriamo voglia anche farsi nuovo editore. Poco o nulla più che una sommaria espo- sizione del contenuto di quello si ha nell'opuscolo dello Schoningh, Die Gottergenealogien Boccaccios, Posener Progr. 1900. —•■-21 — luova edizione della Gen. deor. gentil., da quattro secoli non più ristam- 3ata, cioè dall'edizione di Basilea del 1532. Saranno integralmente ri- 3ortati i primi quattro capi del libro primo che trattano del Demogòrgone ì della sua diretta discendenza; farà seguito ad essi la raccolta dei fram- nenti di Teodonzio, già disegnata Cinquant'anni sono da Attilio Hortis, !ui altre occupazioni tanto piìi importanti e fruttuose, per gran fortuna l'Italia e della sua Trieste, impedirono dì attenere la promessa fatta ne' itati suoi Studi, p. 464. fi. Opei-epretium facturus si... ad inferos usque descendero. La maggiore fatica erudita di Giovanni Boccaccio, longis vigiliis elucubratum opus (1), che noi sappiamo aver effettivamente occupato a più riprese parecchi anni della sua vita, e che si piacque intitolare al se- renissimo principe Ugo IV di Lusignano, re di Cipro e di Gerusalemme, avendola incominciata per espresso desiderio e invito di lui, rassomiglia un poco a certe cattedrali o basiliche del medio evo costruite con mate- riali di varia età e provenienza, tra i quali affiorano capitelli e colonne, stipiti e fregi 6 altre reliquie dell'antichità greco-romana in mezzo a ce- menti e stucchi e membri architettonici di recente fattura. Come già si disse, egli non tralascia mai d'indicare le fonti del suo sapere: e ciò non tanto per correttezza scientifica, com'è uso dei moderni, o per la ragione morale addotta da Plinio il V. — est enim benignum et ingenui pudoris fatevi per quos projeceris (n.h., praef.) — quanto perché sa di dover di-' fendere l'opera sua dalla malevolenza di coloro i quali, com'egli stesso lamenta nell'ultimo libro, postquam rimosum opus viderint, nec bene compactum nec diu mansurum, ruinam premonstrantibus fatiscenlìbus rimis (2) dicent optabilìus fore prudenti hanc concidere molem quam consistere diu (3). Infinite sono le autorità messe in opera, dice, e la sua condizione è simile a quella di chi va raccogliendo i rottami d'un vasto naufragio (4); insiste a dichiarare ne' suoi libri nullas fabulas aut hysto- (1) Dal 'Prohemiu in ' 1'. 10 b, p. 169, 22 Hecker. Per l'interesse autobiografico del- l'opera ha importanza il dotto libro di V. Crescini, Contributo agli studi sul Boccaccio, To- rino, 1887. (2) XV 2, p. 264, 29 H. Che sia il suo opus strambum, mutilum, cicatricibus plenum confessa egli stesso (ibd., p. 265, 5 H.), rinviando anche al detto proemio, p. 169, 23 II. (3) XV 3, p. 266, 13 H. Vedasi anche il seguito del capitolo. (4) Proh. J'. 10 b, p. 169, 13 §§. H. Vndique in tuum desiderium, non alitar quam si per vastum lilus ingentis naufragi} fragmcnta colligerem, sparsas per infinita fere volumina deorum gentilium reliquias colligam... et in unum genologie corpus, quo poterò ordine, ut tuo fruaris voto, redigam, — 22 — — 23 — rias, nisi ex commentaviis veterum sumptas, inesse (1). Ma insieme con le antiche non omette di tesoreggiare le nuove testimonianze: l'illustre astronomo genovese Andalò del Negro, i poeti Dante Alighieri e Fran- cesco da Barberino, il dotto monaco calabrese Barlaam grecis litteris eru- ditum, e Paolo Perugino, gravissimum virum, maestro e bibliotecario di re Roberto. Ciò che ne fa sapere di quest'ultimo ha particolare impor- tanza per il nostro soggetto e va riferito testualmente : Hic ingénieni scripsU librum, quem Collcctioniim titulaverat, iri quo Inter celerà, que ryiul- ta erant et ad varia spectantìa, quicquid de dijs gentilium non soliiin apud lutinos, sed etiani apud grccos inveniri potest, adiutorio Barlae arbitrar collegisse. Nec dixisse verebor, ego iu- venculus adhnc, longe ante quam tu in hoc opus animum mcum traheres, ea> ilio' inulta avidus potius quam intelligens sunipsi, et potissime ea omnia, que sub. nomine Theodontij apposita sunt (2). Ecco qui una testimonianza esplicita e certamente fededegna, dalla quale però sarebbe eccessivo inferire che l'opera di Teodonzio fu nota al Boccaccio soltanto per mezzo delle Collectiones di Pàolo Perugino. In- fatti lo stesso Boccaccio scrive una volta a proposito d'un tal Batillo, figlio non altrimenti conosciuto di Forco e di un'orca marina, le seguenti parole : De quo etsi quedam alia refert (se. Theodontius), Ucteris fere a litu- ris deletis legisse non potui, nec aliiid usquam alibi legisse memini. Aveva dunque dinanzi agli occhi un codice di Teodonzio dove non potè leggere certe parole ch'erano abrase (3). Ed è d'altronde innegabile che tutta la copiosa silloge dei frammenti o estratti di Teodonzio nei varii libri delle Genologie (4) parla abbastanza chiaro in favore d'una consuetudine di- retta dello scrittore con quel mitografo. • (1) XV 5, p. 268, 5 H. E nello stesso capitolo p. 269, 5; ex commentarijs veterum sumpte sunt omnes, ut referentium auctorum nomina testantur apposita. (2) XV 6, p. 272, 3 ss. H. Aggiunge che poi il libro andò disgraziatamente perduto: Quem Ubrum maxima huius operis incomodo, Bielle impudice coniugis crimine, ea defùncta, cum pluribus alijs ex Ubris eiusdem deperditum comperi. Di Paolo Perugino si conserva tuttora inedito un copioso commento a Persio nel codice 109 della Bibl. Comunale di Cremona (cf. VoiGT e ZippEL, Il Risorgim. d. Ant. Class. Ili, p. 31). (3) X 7. Cf. Hortis, p. 466. (4) Fa eccezione il sesto libro con un solo frammento, e ciò perché, trattandosi in esso della guerra troiana e delle successive vicende, le fonti principali del Boccaccio dovevano essere e furono, per questa parte della trattazione, Omero e Virgilio anzitutto (il primo interpretatogli da Leonzio Pilato, di cui parla nel luogo surriferito del XV sùbito dopo del Perugino) e con essi il commento di Servio. Il che può spiegare anche la mancanza del tratto su Ganimede identificato con Bolide Caldeo, di cui sopra a p. 19, Che l'opera di Teodonzio fosse dettata primamente in latino, e non già, come altri sospettò, tradotta dal greco, fu dimostrato dall'Hortis, non tanto per quelle sue etimologie di vocaboli latini e per quel passo in cui Teodonzio, come vedremo, asserisce di aver letto una certa cosa in codici greci, quanto appunto per il fatto che il Boccaccio potè leggere e studiare il libro di Teodonzio (1). Ma vi è anche qualche altra ragione di non mi- nor peso, fin qui sfuggita agli studiosi. Questa sopra tutto : che nei luoghi del Protocosmo di Pronapide riportati togliendoli dal libro di Teodonzio è non di rado sensibile la clausola eroica e in genere l'andamento del- l'esametro latino. Cosi nel capo terzo del libro primo, dove vien descritta la nascita di Lifigfium primo figlio di Demogòrgone e di Ghaos (2), leg- giamo a 1. 8 abiecit in auras.... volavit in altum, 1. 11, ast (3) inde Chaos ...acri fessa labore, a 1- H ignita exhalans suspiria. Né diversamente nel capo? sesto 1. 2 Dum secus undas, 1. 4 volavit in altum, 1. 8 hinc inde fa- villas.;. nel settimo 1. 6 totidemque circum rotasse per auras. Più in là, nel capo nono, con lievi trasposizioni è anche facile restituire elementi di esametri : 1.' 3 mater vellet copulare petenti, 1. 4 moribus adversum, 1. 5 quam illi nubere malie (o malo). Tutto questo non può essere adde- bitato ial caso : evidentemente il libro di Teodonzio era scritto in lingua latina, come il poemetto ivi citato dell'antico maestro d'Omero. Peraltro codesto poemetto, si chiederà, non sarebbe stato a sua volta tradotto dal greco? Può essere; ma c'è fondato motivo di dubitarne. A noi pare vero- simile che; se cosi fosse, dovrebbe pur trovarsene qualche vestigio nella letteratura bizantina, cui vediamo invece esser rimasti del tutto scono- sciuti così il titolo dì Protocosmo come la figura di Demogòrgone (4). E in verità né l'uno né l'altro composto hanno di greco fuorché Tappa- ci) HoRTis p. 465 s. Entro quali confini fu ristretta la conoscenza del greco da parte del Boccaccio dimostrò poi in modo esauriente 0. Hecker p. 137 ss. (2) Notisi lo stesso nome di Litigium fatto corrispondere a Eris o Ate dei poeti greci, perché comodo al metro dattilico, massime in principio dell'esametro. (3) Anche questo ast può essere una spia. (4) Invano se ne cercherebbe traccia, ad es., nella demonologia di Michele Psello, sulla quale abbiamo ora il dotto libro di K. Swoboda (Brno 1927), Anche dello stesso Pronapide il nome appena si bisbiglia dagli scrittori greci, specialmente di quell'età. Ne fa menzione come maestro d'Omero lo Tzetze Chil. XIII 634; vi si accenna negli scolii di Teodosio grammatico a Dionisio l'race in relazione con l'introduzione e l'uso dell'alfabeto, di che già Diodoro Si- culo HI 66, il quale anche lo dice buon compositore di canti. Talora il nome appare sfigurato in Prosnautide o Protenide o Promantide. Di solito vien fatto ateniese, o avrà avuto che fare con la poesia orfica, ma poco o nulla ne avanza, cf, 0, Kern, Orp/i. fr. 165, p, 50. — 25^ renza (1); talché in luogo di falsificazione bizantina sarebbe assai pili verosimile parlare di falsificazione perpetrata in tempi bizantini e in am- biente per buona parte bizantino, quale si ebbe nel mezzogiorno d'Italia dal sesto a circa il decimo secolo; e perpetrata per mano di chi, senza essere ignaro di greco, avesse però maggiore dimestichezza col latino. Io ardirei congetturare che, se non fu proprio lo stesso Teodonzio a in- ventare di sana pianta quel tale poemetto, si servisse dell'autorità di Pro- napide « poeta » {g. d. l 3, 1. 5) a coonestare i suoi ingegnosi trovati pres- s'a poco nel modo che l'Ariosto e gli altri autori di poemi cavallereschi si giovarono dell'autorità di Turpino. Che vi comparisse il nome del Demogòrgone può tenersi per cosa sicura (2), benché una volta, in prin- cipio del secondo libro delle Geneal., si legga del dio Etere: Hunc rerum omnium causam credidere quidam , et eum similiter ])emogorgonìs fi- lium fictione sua Pronapides oste,ndit, dum, dixit Chaos ignita exalasse suspirìa. È un modo d'esprimersi che a tutto rigore non escluderebbe trattarsi di un'illazione arbitraria e indebita, quale è certamente quella al capo XIV del libro primo, dove si dice di Èrebo che, ut Pd,ulus aìt a Crisippo traditum, filius fuit Demogorgonis et Terre. Né Crisippo presso Cicerone nel De natura deorum o altrove, né altri degli antichi ha fatto mai parola del Demogòrgone. Ma d'altro canto quell'antenato di tutti gli dèi occupa troppo gran parte delle genealogie divine, perché sia. lecito accogliere e tanto meno estendere un cosiffatto dubbio : anzi non più ab love prìncipium, bensì, come nel Boccaccio, era per certo a De- mogorgone principium, in quel libello pertinente alla pseudo-antica lette- ratura del medio evo (3). Un'ulteriore riprova dell'essere l'opera di Teodonzio scritta in latino si ha nel capo XXXV del libro duodecimo, che lo cita in testimonio di (1) Del secondo diremo poi come veniva spiegato; il primo, ohe dovrebbe voler dire ' primo mondo ' o ' principio del mondo ', è stato foggiato ad analogia, in certo modo, di protagonista, protonotaro, protomartire, protoevangelio e sim., e più specialmente del nptoxo- yóvog che vedremo. Nel Thes. dello Stefano compare come nome di suprema magistratura cretese. Aggiungerò che in un commento inedito a Ovidio (met. I 21) del cod. 142 del Semin. Patav. leggesi protopanton, i. primum deorum. (2) Contro la ragione metrica, sia che piacesse farvi entrare daC|iO)V o 5'^|iog, in quegli umili tempi vi sarà comparso con le due prime sillabe brevi, come lo dà il verso dichiarativo della contenenza del libro primo delle Gen. deor. nell'edizione di Venezia 1511: Primus habet stir- pem Demogorgonis Aethere dempto. (3) Cosi dico pensando al recente libro di P. Lehmann, Pseudo-antike LUeralur des Mìltel- alters (Studien der Bibliothek Warburg, v. F. Saxi, XIII, Leipzig 1927), che tratta special- mente della copiosa poesia pseudo-ovidiana. — 26 — un eroe Bachemon, non mai esistito nemmeno nel regno delle favole. Il nome è derivato da falsa divisione di parole : a bachernene invece che ab achemene. Acciocché poi il racconto potesse procedere avanti si ricorse a uno sdoppiamento di persona, e il capo seguente, ancora teste Theo- dontio, ci presenta un Achimenide o piuttosto Achemene figlio di Bache- mone e fondatore della dinastia persiana degli Achemenidi (1). È certo dunque che Teodonzio scrisse in latino, come opere latine fu- rono in massima parte quelle da lui adoperate; ma è altrettanto indubi- tato che sapeva di greco, cosa che in quelle condizioni di tempo e di luogo non può né deve far meraviglia (2), Affermava egli stesso (Bòcc, g d. XIII 1) d'aver letto in quibusdam grecorum codicibus che Ercole fu ve- ramente figlio di Anfitrione e. non di Giove, e per la sua fortezza venne dagl'insipienti chiamato figlio di Giove. Non v'è una ragione al mondo di revocare in dubbio tale precisa affermazione. Diremo di più : è pos- sibile in grazia di Teodonzio, che il Boccaccio chiama non novus homo parlandone con lode (3), ed è possibile non solamente attraverso il Boc- caccio, ma anche attraverso qualche altro scrittore, ricuperare alcuni frammenti d'uno storico greco oggi perduto, abbastanza antico e non oscuro, quale fu Fi lo coro, il più importante degli attidografì, an- che erudito e poligrafo operoso, vissuto tra la fine del quarto e il prin- (1) Viceversa da g. d. \ 6 vediamo che Teodonzio ha confuso in uno solo i due Mopsi, quello figlio di Apollo (Strab. XIV 675, Apollod. epist. VI 3, .4, Cohon dìeg. 6, Clem. Alex. slrom, II 109, 12) e quello figlio di Amico che l'u alla spedizione degli Argonauti (Hyg. f, 14 ecc.). Cosi altrove. (2) Su la diffusione e la conoscenza del greco in Italia durante l'età di mezzo si desidera ancora uno studio complessivo che sostituisca finalmente le vecchie e inadeguate trattazioni del Gbadenigo, del Ckameh, ecc. Utile il cenno del Tbaube, Roma nobilis (Abh. d. bayr. Akad. Wiss., Miincben 1891, p. 65 (361) ss.). Sopra tutto nell'Italia meridionale, nell'antica Magna Grecia, può dirsi che il greco non si estinso mai: abbia o no ragione il Rohlfs nel suo noto libro intorno alle colonie greche del mezzogiorno, o il Battisti che imprese a con- futarlo, fatto sta che, come posero in luce il Di Meo, il Dii Blasiis e altri, vi furono un tempo nell'Italia meridionale e in Sicilia fino a 1500 conventi basiliani dove si parlava e si scrìveva greco. Moilo rimane tuttora da indagare. Forse il rifacimento ora in corso del lessico medievale del Du Gange avrà effetto di richiamare l'attenzione su lesti dimenticati o ignorati, oltre ai documenti dati in luce dal Capasso e, per la parte giuridica, da Giannino Feriuki e altri studiosi. Sia qui ricordato anche C. Mobelli, Sulle traccie del romanzo e della novella (Sludi ital. di filol. ci. N. S. I, 1920, p. 52) per la versione latina dello Pseudo-Callistene e qualche altra « saeculo X in Campania orla ». (3) Gen. deor. Praef., f. 116: Theodontius..., ut arbitror, non novus homo, sed talium ìnvestìgator precìpuus, eie. — 27— .. cipio del terzo secolo avanti l'era volgare. Ad esso risale anzitutto questa notizia che si legge in Gen. deor. X 9 (f . 103*') : Scyllam autem Phorci fuisse filiam dicit Theodontius a P h il o co r o testavi eumque cum ex Sardinia Stendo Corinthio nobilissimo iuveni mitterelur in coniugem, ibi-" dem perisse et loco reliquisse nomen. Questo stesso brano si ritroverà naturalmente in appendice tra i fram- menti di Teodonzio. Non cosi invece i quattro seguenti, nei quali manca il nome di lui e si ha solo quello di Filocoro, derivato senza dubbio dalla medesima fonte, secondo l'usato costume del Boccaccio. Nel primo si dà una spiegazione razionalistica della favola dei contadini licii mutati in rane per l 'offesa recata a Latona : . spiegazione simile a quella che si ha in Myth. Vat. I 187, dove però non è menzione di Filocoro (g. d. IV 20) : Mutatos autem in ranas riislicos ideo dicimn est quia, ut scribit P h il o e o r u s , bcl- lum fuit Rhodijs olim adversus Lycios. Rhodijs auxiliares venere Delones, qui cum aquatum ad lacum quendam Lyciorum ivissent, rustici loci incole aquas prohibuere: in quos Delones irruentes omnes interem-ere et in lacus corpora occisorum ciecere. Tractu tandem temporis cum montani Lycii venissent ad lacum nec occisorum agreslium corpora comper'issent, et ranas in circuitu coaxantes sensissent, rudes et ignari arbitrati sunt ranas animas esse cesorum, et dum sic referunt alijs fabule causam adinvenere. In questo genere di spiegazioni razionalistiche Filocoro era un vero precursore di Evemero e di Palefato; e dello stesso tenore è la seguente per la leggenda di Trittolemo {g. d. Vili 4): De Triptolemo autem scribit Philochorus (1) vetustissimum fuisse regem apud Atti- cam regionem, qui cum tempore ingentis penurie occiso e concursu populi patre Eleusio quia pereunte fame plebe filium aluisset abunde, aufugit et ìonga navi, cuius serpens erat insigne, abijt ad exteras regiones et quesita frume^nti copia in patriam redijt, ex qua pulso Celeo qui terram occapaveral, seu secundum alios Lynceo Thrace, in regnum paiernum restitulus est, et non solum restitutus alimenta tribuit subditis, sed illos docuit facto aratro terram colere, ex quo CerAris alumnus est dictus. Sunt tamen qui velini non Triptolemum sed Duyzem (leg. Buy geni) quendam Atheniensem Atticis bovem et aralrum comperisse. Dicit tamen Philochorus Triptolemum multis scculis ante fuisse quam fuerit Ceres regina Syculorum. — Le stesse cose, ma più in compendio, presso Euseb. Arm. N. 611, p. 287 ed. Mai e presso Syncell. p. 158, passi riportali in FGII. I, p. 388 M. (Philoch. fr. 28). Cosi dicasi del tratto che segue su Proserpina (g.d. XI 6): Arhiiror igitur hanc Sycani regls Sycilie et Cereris fuisse filiam eamque ab Orco Molosso- rum rege seu Cudonio seu Agesilao secundum Philochorum anno xxviij Erictei regis Athcnarum raptam eique coniugio copulatam. caccio. (1) Queste oscillazioni grafiche di Philocorus e Philochorus sono dell'autografo del Boc- E cosi del seguente su Minosse re di Creta, dopo una disquisizione cronologica in cui è citato Eusebio (g.d. XI 26) : Et esto ibidem legatur Platonem hoc esse fahum convìncere, conveniunt tamen cum ìiis que a P h il o e h o r o in Altidis libro, de Minotauro recitantur, dato aliq.uantulum dìs- crepent ab bis quo postmodum ab Eusebio dicuntur etc. Nessuno dei luog-hi precedenti si trova compreso nella raccolta dei frammenti di Filocoro che fa parte dei FHG del Miiller (voi. I pp. 384-417 e IV 646-8); dove pur dello stesso autore ne occorrono tre, desunti da un altro ampio trattato di mitologia eh 'è scritto del pari in latino, ma più tardivo del Boccaccio, dai Mythologiarum libri di Natalis Comes ossia Natale de' Conti. Il primo è il fr. 29 (I p. 389 Miill., p. TT b. 48 dell'ediz. Venet. 156T di Natalis Comes) e dice cosi : Erat Jambe muliercula quaedam Meganirae (se. Metaniraé) ancilla, ut tradii Phìlochorus, Panos et Echus filid, quae cum deam maestam videret, ridiculas narratiunculas et sales iam- bicQ metro ad commovendam deam ad risum et ad sedandum dolorem interponebat. Lo stesso aneddoto, avverte l'annotatore, può vedersi riferito negli scolii a Nicandro Alexiph. 130 e ad Eurip. Or. 692, a sed Philochori nulla fìt mentio ». Dal libro de sacrìficiis, la cui esistenza è attestata dallo scolio ad Apoll. Rhod. I 157 (1), si dicono tolti i framm. 174 e 175, dei quali il primo in Mythol. Uh. IX 18 p. 1020 (della citata ediz. p. 287,10): Phìlochorus in libro de sacrìficiis Minervae Consilio edoctum Oedipum inquit socie- tate rapinae simulata se ad Sphingem contulisse atque novis semper sociis Oedipo se addentibus . deniciue illam cum magna suorum manu oppressisse. E il secondo ibid. I 9 p. 36 (e. s., p. 14,17): Erant autem cantilenae in sacrls nihil aliud quam commemorationes eorum beneficiorum quae dìi ipsì in homines benigni contulerant, cum virium ìpsorum deorum et clementiae et Uberalitatis amplificatìone et cum precib.us ut benigni ac faciles precantibus accederent, ut ait Phìlochorus in libro de sacrificiis, ut sìgniflcant hymni Orphei et ìubet omnis ratio conscribendorum hymnorum.... Circa la genuinità di tali frammenti il raccoglitore si dimostra al- quanto diffidente (2). Ma non per questa ragione, crediamo, si per mera (1) taT;axXua|Ji ' faccio, compio ' (e i lat. creo, cresco), sarà egualmente da avvicinare Xpóvog a jgpaivo) ' im- braito, logoro, consumo ' piò che di regola non si faccia (of. il lessico etimol. del Boisaco s. v.). Vero è che col princìpio eracliteo dell'identità dei contrari tutto ritorna a posto, tutto è salvo, e allora si può pensare agli dèi indiani Agni e Qiva, demiurghi e distruttori, al con- fector omnium ignis di Cicerone, che ha insieme il senso di effettuatore e distruggitore, ecc. ,(1) Cf. g. d. Ili 10: Theodontius.,. fere concors Claudiano. (2) Questo p. es. nell'inno al Sole (XL 369 ss.) e in più altri luoghi del macchinoso poema allegorico di fondo neoplatonico. Si direbbe che il poeta greco non senti gran fatto bisogno di cambiare linguaggio né stile quando si accinse, dopo la conversione, a parafrasare in versi il prologo dell'evangelo giovanneo. Invece Claudiano rimase sempre, si sa bene, a Christi nomine alienus, ma alle volte esprimendosi in ita! guisa, p. es. nei versi suddetti, che si parlò piii tardi di lui come d'un convertito. (3) Una particolareggiata classificazione di coloro qui silvam generatam censent come di quelli qui generatam esse negant offriva il diffuso commentario di Calcidio al Timeo (anche la triplice partizione dei primi principii, e. 303 ss. : I>io, idea, materia) derivato da Posidonio: cfr. B. W. Switalskx, Des Chalddius Kommentar zu Plato's Timaens (iBeitrage z. desch. d. Philos. d. M. A., HI 6, Munster, 1902). — 3ft — mipteriogofìche e con alcune chimere di nuovp conio. Quel falso Prona- pide non dovette essere sprovvisto di fantasia plastica e d'una certa atti- tudine drammatica. Mentre Demogòrgone riposava nell'antro dell'Eter- nità ■— cosi egli racconta — senti un tumulto agitarsi nell'utero di Chaos : turbato stese la mano e aperto il ventre di lei (Chaos per Toccar sione è di neutro fatto femminile) ne estrasse Litigio, ch'era la causa di quel tumultuare, ma vedendolo di faccia cosi turpe e orribile lo lanciò per aria : quello volò via, iiientre la madre, tra infiniti sospiri di fiamma ardente, aiutata da Demogòrgone che premeva con forte mano, dava in luce le tre Parche e Pane. Quest'ultimo fu preposto dal padre alla sua casa, e Chaos si appartò con Demogòrgone (I m). Un'altra volta questo, standosi nella sua sede fuori delle onde, foggiò una sfera di molle limo, e la chiamò Polo : eccoti il Cielo, e insieme un nuovo figlio di Demogòr- gone, che crebbe di buon'ora al segno da circondare quant'era stato fab- bricato dal padre, e standogli vicino mentre lavorava un globo luminoso, raccolse tutte le faville sprizzate dal maglio per adornarne la sua casa : ed eccoti le stelle (I vi), Un'altra volta ancora Demogòrgone, attediato dalla perpetua caligine, sali sui monti Acrocerauni e ne divelse un enor- me masso infocato, che poi arrotondò col forcipe e saldò sul monte Cau- caso; quindi lo portò oltre Tapròbane (oggi Ceylan) e lo iminerse per sei volte nelle onde: e anche questo bel globo luminoso che, portatosi in alto, riempie di splendore tutta la dimora paterna, è un nuovo figlio di Demogòrgone, detto Phyton o Phanes, il Sole insomma. Per effetto della sua immersione le acque del mare già dolci divennero salse (I vii). Non si ha qui una curiosa somiglianza con la leggenda indiana del frul- lamento. del mare, da cui venne fuori l'ambrosia {àrarita) con tante altre cose belle? La menzione della grande isola indiana ci richiama anch'essa all'Oriente: e torna a mente un noto libro dell'Eisler, giudicato dai filo- logi un po' fantastico nelle ricostruzioni, ma in ogni modo utile per le preziose notizie che contiene (1). Anche corre il pensiero alla celebre pa- ratasi degli Uccelli di Aristofane, dove sono con bel garbo parodiate certe cosmogonie allora in voga. Certo è che nel Protocosmo conservatoci dal Boccaccio pel tramite di Teodonzio, come si vede, era addirittura tutta la creazione del mondo trasformata in un romanzo o in una novella delle fate; e questo certamente non tanto pel fine di divertire, quanto d'irri- dere alla grossa e sciocca credulità delle genti antiche nell'antico errore. (1) R. EisLER, Weltenmantel und HimmeUzelt, Miinchen, 1910. — 36 — Non abbiamo ancor nominata tutta la prole di Demogòrgone : ce n'è ancora, risultando in tutto dieci figli. I quali, sebbene non sieno tra le deità pili comunemente note e più venerate del paganesimo, potrebbero tutti aspirare, qual più qual meno, all'onorifico titolo e grado di dèi pan tei. Con questo appellativo venivano onorati, in parecchie iscri- zioni deKtempo dell'impero romano, alcuni dèi più potenti, che in sé raccoglievano come a dire i poteri di tutti gli dèi, divenendo quasi altret- tanti dèi universali e unici. Parrebbe una flagrante contraddizione il dir COSI e una mostruosa contaminazione, dato che monoteismo e politeismo sono termini che si escludono a vicenda; eppure non mancarono davvero compromessi di questo genere (1). Lasciamo pur andare che il passaggio, di cui si disse sopra, dalla fede politeistica alla monoteistica avvenne per gradi : dapprima non si tratta d'un Dio unico con esclusione degli altri, ma d'un Dio ottimo massimo che primeggia di gran lunga sugli altri, come il Giove di Orazio (ci 12) linde nil maius generatiir ipso nec viget quicquaw simile aut secundum, e non di Orazio soltanto, né in modo esclusivo Giove. C'è un luppìter Pantheus, ma c'è anche un Liher Pantheus, c'è un Serapis Pantheus, ecc. (1) Al nostro fine importa e basta rilevare che quel medesimo pro- gresso della coscienza filosofica e teologica, che portò alla condanna del politeismo volgare e all'adorazione d'un unico Iddio in ispirito e verità, doveva poi d'altro canto fatalmente condurre a statuire una nuova gerar- chia di esseri divini, che poteva apparire quasi un nuovo politeismo. Quando Filone giudeo, dedito del pari a Mosè e a Platone, collocava l'Ente supremo, l'Uno, tanto di sopra a tutto che esiste in natura e alla stessa ragione umana, da non potersene dare definizione alcuna, in quanto ogni definizione è limitazione e l'Uno è per sua essenza illimitato, com'è semplice e universale, immutabile ed eterno, era poi condotto e quasi co- stretto ad ammettere un intermediario, accessibile all'umana ragione, un figlio di Dio e anch'esso Dip, designato col nome di Logos o di Verbo al modo del vecchio Eraclito e degli Stoici, i quali con esso, e con più altri vocaboli, intendevano la ragione seminale, provvidenza e anima del (1) Basii rimandare al bel libro di F. Cumont, Le religioni orientali nel paganesimo ro- mano, hraduz. di L. Salvatorelli, Bari, Laterza, 1913. Ma esiste suH'argomento tutta una letteratura, che si arrichisce ogni anno. Tra gli altri cf. R. Pettazzoni, Dio (Roma, 1922). — 37 — mondo. Lungi da qualsiasi antropomorfismo e contatto con la materia, non è rUno che ha creato e governa il mondo sensibile e fenomenico: tale funzione è demandata a un suo subalterno, a un artefice o demiurgo, come avea detto Platone. Cosi viene colmato l'abisso tra l'intelligibile e il sensibile, tra l'Uno fuori dello spazio e del tempo, accessibile soltanto all'estasi, e il nostro mondo (1). Quest'idea d'un Dio di cui si può dire soltanto che è, d'un Dio che regna e non governa, può averla preparata o favorita financo Epicuro co' suoi dèi monogrammi, relegati negl'inter- valli cosmici e beatamente, come fu detto, messi a riposo. Comunque, la dottrina filoniana fece proseliti; e ci fu chi andò, pare incredibile, an- cora più in là, facendo l'Uno superiore persino all'essere: per lo gnostico Basilide l'Uno è «il Dio che non è». Lo gnosticismo del secondo e terzo secolo stabili una complicata gerarchia, una scala di valori ed esseri di- vini, che in pari tempo rendeva il dramma della creazione e dell'esistenza certamente troppo più serio nelle intenzioni, ma non meno complesso e, diciamo pure, strano di quello che si vide cosi puerilmente architettato da Pronapide. E venne infine il neoplatonismo (2) di Plotino, di Porfirio e degli altri, con la caratteristica dottrina dell'emanazione, con le tre ipo- stasi divine dell'Uno trascendente, del Logos o ragione, dell'Anima del mondo (che ricordano la trinità cristiana, senza però l'incarnazione e la carità e tant'altro), con gli stuoli degli angeli e dei demoni. Tutto questo era opportuno avvertire, perché qualche traccia o reminiscenza di siffatte concezioni pur si ritrova nelle allegorie o anagogie applicate a quelli che dicevamo potersi denominare dèi pantei, quali ce le presenta Teodonzio, che già nella sua esposizione, accanto ai soliti dèi dell'Olimpo, dà luogo al Fanete de' misteri orfici e agli Eoni degli gnostici. Molto potè a tal fine trovare negli scritti di Lattanzio e Agostino circa le favole dei gentili, molto in quelli di Tertulliano e Filastrio circa le eresie e le sette gno- stiche, per restringerci ai latini : e almeno dei primi due non è dubbio che li conoscesse. Se, nonostante quanto fu detto della sua origine tardiva e impura, si voglia per uh po' far credito al Demogòrgone con l'inserirlo tra que- gli dèi pàntei o sincretistici, dacché ignotus heres regiam occupavit... (1) Anche qui c'è una letteratura ormai abbondantissima. Ancora buono per In sua chia- rezza è il libro di Ed. Herbiot, Philon le juif. Paris, 1898. (2) Veramente si può dire col Buonaiuti (Lo Gnosticismo, Roma, Ferrari, 1907) che la gnosi fu un neoplatonismo precoce e informe con etichetta cristiana. — 38 — del Demiurgo platonico, convefrà aggiungere di lui qualche altra cosa. Siffatta credenza voleva Teodonzio non a studiosis hominibus hahuisse principium, quinimo a vetustissimis Archadum rusticis. Ciò vuol dife che, oltre all'antichità in genere di questo popolo, cui talóta accennano anche scrittori latini (1), non gli era ignoto certo arcaismo e certa singo- lare purezza dei culti arcadici in confronto con gli altri del mondo greco : su di che ebbe a dire Pausania che, essendosi accinto all'opera sua con l'idea fìssa che i miti degli Elleni altro non fossero che un araitiasso di stolide credulità, giunto a quelli degli Arcadi dovette ricredersi, non forse in essi gli antichi savi avessero simbolicamente espresso verità pro- fonde e rispettabili (Vili 8,3); e il Creuzer, un secolo fa, argomentava che in quella fortezza montagnosa al centro del Peloponneso si fossero per avventura conservati i culti pelasgici presso che immuni da contamina- zioni, SI da ritenere maggiormente dell'originario monoteismo importato d'Oriente, com'egli credeva (2), Teodonzio s'indugiava altresì sul for- male divieto di profferire il nome del Demogòrgone sotto pena di tre- mendi gastighi. Or questo suggerivano abbastanza i suoi testi di Lucano e di Stazio e meglio ancora il commento lattanziano al secondo con quel tipico aneddoto di confessata marca etrusca; ma egli, cristiano, pensò certo anche al tetragrammo biblico e agl'infiniti luoghi scritturali e pa- tristici affermanti l'incommensurabile maestà dell'Essere Supremo e con essa l'impossibilità di conoscerne il vero nome. Nella quale affermazione convenivano anche filosofi e poeti pagani, massime se attratti nella scia dello stoicismo platonizzante di Posidonio, fortemente iritiprontato di mi- sticismo orientale : onde Cicerone parlerà di princeps Deus e di numeri prae&tantìssimae mentis (3), e Ovidio con espressioni generiche come Deus et melior natura e quisquis juit ille deórum e mundi fabricator si terrà pago di designare il demiurgo che trasse dal chaos il cos- (1) Serv. ad Verg. Aen. Vili 315, Lact. Plac. ad Stat. Th. IV 275 s. Myth, Vat. HI (Albericus) I 10 s. Con parecchi scrittori greci Ovidio nei Fasti (I 469 e V 90) ricorda là loro pretésa di essere più anticlii della luna (npooéXYlVO!,). Da Plinio pare abbia Teodonzio contezza della mediterranea Arcadia undique a mari remota (n. h. IV 10). (2) Già Callimaco nell'inno a Zeus propendeva a fare l'Arcadia patria del sommo Dio anziché Creta. Di Pane si dirà tra breve. Pregevoli le trattazioni di W. ImmbrWahr, Die Kulten und Mythen Arkadiens, Leipzig 1891, e di V. Bérard, De l'origine des cultes arcadìens, Paris, 1894. (3) So. Se. 13, 13; n. d. II 2, 4. — 39 — mos (1), e Seneca dirà eonvenìrsi ad esso ogni nome cosi bene come nessun nome (2), Meglio però conferiscono al proposito nostro quelli che il sacrosanto nome vogliono bensì conoscibile ma non comunicabile all'uomo (per usare la nota terminologia di Gorgia) e dannano come grave colpa il propalarlo (3). Qui giova riferire certi ver&i greci che mi- rabilmenle consuonano coi già veduti di Lucano e di Stazio e con la chiosa di Lattanzio Placido, questi dello Pseudo-Filemone (4): èùu uàv "Aiòov KQiaig, i^vjreQ TtoiriOEi dsòg ó Jtàvza Ò£07cótr]Sf oh To'òvojua (pofìeQÒv, óòb? àv òvojuàaai/u' èyó. A giudizio dei critici bisogna metterli in fascio con le tante falsificazioni coniate da Giudei, sotto l'egida di nomi popolari e autorevoli, per per- ei) Metam. I 21, 32, 57. « Il dio è il demiurgo, che come tale non ha alcun nome speciale » : cosi il Reitzenstein, Zwei relig.-gesch. Fragen, (Strasburg 1901) p. 107. Vedansi poi i commenti e le note opere del Lafaye (p. 219 s.), dello Schmekel, del Rheinhard, ecc. (2) Cfr. n. q. II, 45: UH altissimi viri (Ethrusci)... eundem qnam nOs lovem intellegunt, rectorem custodemque universi, animam ac spiritum mundi, operis huiuS dominum, et artificem, cui nom^en omne convenit. Vis tu illum f at uva vacare? non errahis : hic est ex quo suspensa sunt omnia, causa causarum. Vis illttm pvovidentiam dicere? récte dices: etenim, eius Consilio huìc mundo providetnr, ut... Vis illum n atù r am vacare? non peccabis : hic est ex quo nata sunt omnia, cuìus spiritu vivimus. Vis illum vacare m undum? non falleris: ipse enim, est per quod vides totum, etc. (3) Su tutta questa materia, dopo il libro fondamentale delI'UsÉNER, Gotternam,en (Bonn, 1896) si possiede ora quello non meno importante di E. Norden, Agnostos TheOs (Leipzig, 1913), che fin dal suo apparire suscitò vive polemiche. Anzi qui sta appunto il suo maggior valore, nella gran ricchezza di dottrina che contiene, e non nella tesi centrale che mira a dimo- strare apocrifo e d'ispirazione gnostica il famoso discorso di S. Paolo sull'Areopago (Atti d. App. 17, 34 ss.). Infatti, anche senza la precisa citazione di quell'emistichio di Arato e dello stoico Cleante, è chiaro che lo spirito e il linguaggio dell'orazione paolina, dove questa risale a fonte filosofica e letteraria, è schiettamente stoico, e da una diatriba stoica, come ben vide il BiBT (R h . M u s . LXIX, 1914, 366 ss.), procede l'idea madre della prossimità e cognazione di Dio con l'uomo (« benché non sia lungi da ciascuno di noi; in luì viviamo, ci moviamo e siamo...; di lui siamo tutti progenie »), quale può vedersi espressa da Seneca p. 41, 2 prope est a te deus, tecum est, intus est..., p. 73, 16 deus in homines ve.nìt B in cento altri luoghi. Laddove il dio trascendente della Gnosi e in genere il Trpffitog fl'sd^ 3ì quelle fedi è quanto mai lontano e staccato dal mondo e per tale e tanto hiatus veramente 'inconoscibile ' (di pensare a un 5sótepo? 9-eói non è punto il caso) e non semplicemente ' ignoto ' come vale dcYVtóaxog per l'Apostolo (che è Vignotus di Lucano III 417, e cf. Virg. Aen. VITI 352; sul deum nosse Seneca n. q. I praef.). Altro vi sarebbe da dire, lo so bene, e s'intende che tener per autentico il detto capitolo degli Atti quale ' Bestandteil der Apostel- »eschichte ' (Harnack) non è ancora farsi garanti della storicità del discorso. Ma quella Dbiezione è pregiudiziale, e cadono quindi le conseguenze d'ordine cronologico ricavatene 3al Norden. (4) Th. KocK FCA II p. 539 = Philem. fr. 10 ss. Altri lo attribuiva a Difìlo, ma « ncque Philemonis ncque Diphili esse constai ». — 40 — suadere l'unità e l'onnipotenza di Dio, la stoltezza dell'idolatria, il terror delle pene che incombono ai peccatori e altro che stava loro a cuore (1). A ogni modo però quella letteratura pseudepigrafa di propaganda sorse press 'a poco in quello stesso tempo e affondava le radici nello stesso ter- reno, dove la mistica confinava con la teurgia e la magia sua sorella. Cosi anche si spiega, p. es,, la minaccia coattiva che nel medesimo di- scorso presso Lucano rivolge la maga tessala Eritto alle Furie : iam vós ego nomine vero eliciam (VI 732 s.), parole che hanno esatto riscontro in queste del più noto e maggiore papiro magico della Bibl. Nazionale di Parigi, V. 278: Àéyco yàQ Gov rà àÀrjdtvà òvó/Ltara. Il che è risaputo cosa volesse dire (2). Ma della magia vedremo poi, e intanto lasciamo da parte il dio dal terribile nome — sia che l'interpretassero ' dio della terra ' o ' sapienza della terra ' o anche proprio " dio terribile ' (3) — prendendo atto altresì che pel soggiornare di esso in una caverna posta nelle viscere della terra non mancano numerosi paralleli, che qui giova omettere (4). Poiché dei compagni di Demogòrgone (o piuttosto delle compagne) abbiamo già parlato, veniamo ora alla generosa prole di costui, che in- comincia — poco buon principio — con Litigiurri. Non è che l'Ate ome- rica cambiato sesso, come già s'è visto, e quel che se ne dice vien diret- tamente daWIliade XIX 86-138 (5). Quivi Ate è detta Tcgéofia Aiòg dvyàrriQ (v. 91), e l'epiteto generalmente inteso 'venerabile' può anche valere ' la più vecchia', 'primogenita' (6): e come Litigio è per la sua brut- tezza lanciato in aria dal padre, cosi una volta nella reggia d'Olimpo Giove, irritato per un intrigo dispettoso di Giunone, afferra Ate per le (1) Chbist-Schmid, Gr. hit. - Gesch. II p. 608 ss. (Pseudepigraphissches). (2) Cfr. W, Kroll, Antiker Volksaberglanhe (R h. M u s. LII, 1891, p. 345); Fahz, De poetar. Roman, doctrìna magica (RGW II 3), Giessen 1904, p. 158. (3) Bocc. g. d. 1 (introduz., in fine): Sonai igitur, ut reor, Demogorgon grece, terre deus latine. Nam demon deus... Gorgon autem terra interpretatur [i. e. Y'^ tlpYov]. Sen potius sapientia terre, cum sepe demon sciens [i. e. daiìiifOv] vel sapientìa exponatur. Seu, ut magis placet alijs, deus terribilis [vopyóg]. (4) Per alcuni si veda ad es. F. Toutain, Les cavernes sacrèes dans l'antiquité grecque (Conl'er. du Musée Guimet, 39, 1918) e la rivista Religio a. II (4) p. 196. Inoltre cf. L. Bastari, Il dragone nella caverna (in A t h e n a e u m V, 1917, p. 77 ss.) (5) Nel lessico del Roscher I 668, dopo riferito l'episodio omerico, si aggiunge : « Alles fernere in der Literatur ist aus Homer abgeleitet, auch der Bùhnengebrauch der Ate » (uso, che non è mai però come di persona agente nel dramma). (6) Pauly-Wiss. I 1899: « npéa^a» ein Merkwiirdiges Beiwort: steht es vielleicht in dem Sinne von TcpeofJuTdTTj. — 41 — chiome e la sbandisce per sempre dall'Olimpo, ond'essa vagola in mezzo ai mortali, a tutti odiosa e a tutti nociva. Col mito omerico-la spiega- zione fisica : Litigio può adombrare la dissociazione degli elementi che cozzavano nella congerie primitiva {frìgida pugnabant calidis, umentia siccis... - Ovid, met. I 19 s.), donde ha inizio la vita nella natura. È forza dunque che divide per creare, come il 7róyÌ£^05';rdvrcjv:7rar?)^ di Eraclito (1) e la discordia concors di altri fisiologi. Discordia è per i greci Eris, nome che rassomiglia a Eros, Amore, il quale nella Teogonia esiodea è posto al principio delle cose con il Chaos, la Terra e il Tartaro; Amore il bel- lissimo tra gli dèi immortali, che nell'altra citata teogonia degli Uccelli aristofaneschi è fatto scaturire alato dal grande uovo cosmico. E fu giu- stamente osservato che ((l'alternanza e l'equivalenza delle due nozioni di lotta e amore, di ègig e di égcog, si ritrova al fondo di tutte le con- cezioni religiose dell'antichità» (2). Nella successione teogonica che Teodonzio, come sappiamo, diceva di mutuare dal suo Pronapide, dopo Litigio erano uscite ad un parto dal seno di Chaos il dio Pane e le tre Parche. Quel che di Pane vien riferito in principio, sulla fede di Teodonzio, procede da una nota ser- viana : hic (Pan) quia totius naturae deus est, a poetis fingitur cum Amore luctatus et ab eo viotus quia, ut legimus, omnia vincit Amor (3). Poi si racconta la storia dell'amore di lui per Siringa e dell'invenzione della zampogna, tutto assoggettando a una spiegazione allegorica molto particolareggiata : Pane è la natura naturata (4), e la zampogna, la verga, la pelle maculata, la barba caprina, ogni cosa acquista un significato naturalistico. Viene ancora allegata l'autorità di Teodonzio per riferire agli Arcadi l'invenzione della musica; poi di nuovo espressamente per (1) Vedansi sull'argomento le belle pagine di A. Faggi nel suo Eraclito di Efeso, Atti Acca d . Se . di Torino, LXVII, 1928, p. 223 ss. (2) M. Laghange, La cosmogonie de Bérosos, Révue biblique VII (1898) p. 395. Del resto, nonostante la diversità grande di significato, pare che spig e speog abbiano comune la radice e tra loro e col scr. arih ' avido, ostile ', cf. Boisacq s. v., pp. 270 e 280. (3) Serv. ad Verg. Ecl. II 31. Solamente Alberico de deor, imagg. 9 (p. 312 Munck.) la vincitore Pane e soccombente Amore, torse per aver frainteso le parole di Servio, come opina R. Raschke, De Alberico mythologo (Eresi. Philol. Abhandl. 45), Breslau 1913, p. 147. (4) Cosi il Bocc. con linguaggio scolastico o meglio cabalistico a noi noto segnatamente per le opere dello Spinoza. La natura naturans parrebbe essere piuttosto Litigio, se pur non h lo stesso Demogòrgone, di cui si legge in una postilla del cod. Riccard. 842 (f. 46) a Stat. Theb. IV 516: per hoc mundanam animava voluerunt intelligi, que vegetat omnia et preposita est omnibus naturis, de cuius semine fìrmamentum, solem, et lunam et ceteras stellas natas esse dixerunt. _ 42 — dire che gli Arcadi stessi, in processo di tempo, fecero di Pane tutt'uno col Demogòrgone. E certo Pane ebbe suo luogo tra gli dèi pàntei, se non altro in virtù del nome, che dall'essere semplicemente il dio de' pa- stori (1) per fortuita identità di suono lo elevò fino a divenire, come si sa, «il gran Tutto». Non ci pensava affatto Pindaro, quando alla do- manda che mai si fosse Dio rispondeva «il tutto» (2); o al pili spianava inconsapevolmente la via a chi ci pensò, e molto, nei secoli successivi (3), prima assai che Macrobio identificasse anche lui col Sole, E vi avrà con- tribuito in parte il fervore quasi monoteistico degli Arcadi, pel quale fu dianzi ricordato Pausania. Su le tre Parche, le Moire dei greci, ha un lungo capitolo il Boc- caccio per chiarire come, redigendae postremo in unum, le rappresen- tino la potenza del Fato, che soleva proclamarsi superiore a Giove e agli altri dèi. Oltre ai versi dell' Oedipus di Seneca, si cita la prosa di Apuleio che le chiama tria fata con denominazione sopravvissuta al tra- monto del paganesimo (4), mentre il medio evo, com'è noto, moltipli- cava a dismisura il numero delle fate, insano a farne da ultimo un vero popolo, destinato a prendere il posto delle dee e delle ninfe d'un giorno: Queste che or fate e dagli antichi foro Già dette ninfe e dee con più bel nóme, dice ancora l'Ariosto nel primo de' Cinque Canti (st. 9), dove ne fa sfilare parecchie. Il Boccaccio ama piuttosto stare con Teodonzio, che le Parche afferma create con la natura delle cose, che con Cicerone, il quale fa nascere in singulari Fatum da Èrebo e dalla Notte; se altresì trovasse in quello riferite le opinioni che cita e commenta di Cicerone e di Boezio intorno al fato, non si può stabilire. Vien poi sesto figlio Polo, di cui già si vide secondo Pronapide la nascita e altro : quem ego celum intellego, scrive il Boccaccio, e deno- minato a potioribus suis partibus, dai due poli cioè, artico e antartico. Cosi certamente già Teodonzio, che trovava nell'antichità un dìo CaeluSy (1) Il nome è della stessa famiglia di pasco, pastor, panis e sim. (2) il %-sòi : ò ti; xò it&v Pind. fragm. 140d (104). (3) Basti rinviare a Roscher, Pan als Allgott (Festchr. f. J. Overbeck, 55 ss.). (4) Nei Monum. ad Neap. due. hist. di B. Ca.pa.sso (II 1, p. 25), da me compulsati in cerca di vestigia della grecità, vedo ricordata (Regest. 14, a. 927) una piazza di Napoli que appellatur trea fata, da un tempio o ricordo delle Parche che sorgeva li presso. Per l'antichità vedi Martini. VII 8 e cf. Pbei.ler-Jordan II 194, 4. — é3 — quel Caelus pater che Servio insegna a distinguere da cadum che genere neutro elementum signìflcat (1), il Gaelus aeternus di qualche iscri- zione, cui furono a Rama anche eretti templi (2). Né soltanto lo trovava nell'antichità profana, aggiungo, se mai gli cadde soifocchio uno sto- rico diffusissimo nel m. e., Floro, il quale narra come, assaliti da Pom- peo, Hìerosolyma defendere tentavere ludaei, veram haec quoque et ìntravit et vìdìt illud grande impiae gentìs arcanum patens, sub aurea vite Caelum (3). Luogo che ha dato occasione a non poche discussioni. Peraltro è da notare che nel nostro contesto l'intraprendente giovane iddio, simile un po' per la sua baldanza diil' Homunculus del Goethe, non ha nome Cielo, ma Polo : forma greca del vocabolo che in tal senso, pur prescindendo dalla personificazione, occorre assai più di rado nei poeti greci (4) che nei latini, dai quali fu certo preferita per ragione me- trica. Or non sarà forse questa stessa ragione che avrà mosso Pronapide ? In quel globo poi, che dilatandosi forma la volta celeste, parmi vedere una reminiscenza dell'uovo cosmico de' misteri orfici, ai quali ci ri- chiama Fanete nei capo seguente. Comunque ciò sia. Polo sta bene tra gli dèi pàntei, e con suo pieno diritto. Nessuno invece si aspetterebbe di trovarci il mostruoso serpente Pi- tone ucciso da Apollo nei pressi di Delfi, se non fosse agevole ravvisare in Phyton settimo figlio di Demogòrgone una altrettanto mostruosa con- fusione avvenuta tra il nome di quello e ipàédcov , che non indica punto il temerario figlio del Sole, «quel che ancor fa li padri a' figli scarsi», ma è epiteto di un'altra divinità, di Fanete. L'errore dipende dall'aver letto male e frainteso un verso degli orfici riportato da Lattanzio (d. i. 15, 4) jcQcùtoyóvog (paédcov jieQifÀifjKeog fjégog vlóg ■— a proposito ap- punto del dio Fanete —, e cosi reso : principio genitus phyton longo aere natus (5). Era in verità alquanto arduo metter d'accordo il preconio d'Orfeo, del più antico di tutt'i poeti, doversi vedere in quello il primo, massimo e vero Iddio, con la favola raccontata da Ovidio (rnetam. I 417- (1) Serv. ad Verg. Aen. V 801. (2) CIL VI 83, 84; Vitruv. I 2, 5. (3) Fior. I, 40 (III 5) 30. Annota l'editore 0. Rossbach (p. 100): « h. e. dei Caeli statuam, V. luvenal. 6, 545: 14, 97; Petron. fr. 37, 2 B », Inoltre cf, Praef. p. LXI n. 2, dove si ri- manda al commento del Friedlander a GioA'enale, I. e. (4) Almeno cosi da solo, mentre si ha oOpcLvtòs TtóXo? in Eschilo Prom. 429, Euripide Chrys fr. 6. (5) L'esametro latino può bene essere dello Pseudo-Pronapide. — 44 — 451) dello smisurato mostro velenoso, terror delle genti, domato dalle saette di Febo. Ma ci si passò sopra, almeno da Uguccione in libro vo- cabulorum citato dal Boccaccio, facendo che il Sole vincitore glorioso prendesse il nome del serpente da lui superato. Non cosi, convien cre- dere, Pronapide presso Teodonzio, se fu sentito il bisogno d'indurre una novella testimonianza. Altro non aggiungiamo perché, se del Fanete nQùìvoyóvos e JtQ&Tog yevévcùQ molto si parlava nella teogonia orfica (1), né Teodonzio né il Boccaccio mostrano di saperne più di quanto si ha in Lattanzio. Né anche occorre indugiarsi sui tre ultimi figli di Demogòrgone, che sono Terra, Èrebo ed Etere, evidenti personificazioni delle quali non c'era molto da dire di diverso dalle tradizioni comunemente ricevute. Manca poi il nome di Teodonzio nel capo ottavo dedicato alla Terra : a Gea dal largo petto, alla gran madre antica, che tanta parte ha nella Teogonia esiodea da ricordare quelle cosmogonie dell'Oriente che met- tono capo a una divinità femminile o che ad una femmina commettono il governo dell'universo, quale la egizia Iside o la sira Atargati (2). Ivi la essenziale funzione di costei, come de' fratelli suoi, è quella di pro- creare nuove divinità. Delle quali non è scarso il numero : tra i figli usciti dal suo seno è notevole l'etrusco Tage, e fino a venti se ne conta di Èrebo, in massima parte suggeriti da Cicerone (n. d. Ili 17, 44); pili esigua, ma illustre, la figliolanza di Etere, incominciando da Giove pri- mo. Perché nelle caratteristiche della mitografìa di Teodonzio è di ap- profittare largamente del sistema messo in voga dagli Stoici e a noi noto sopra tutto dal de natura deorum di Cicerone (il quale, sia detto per in- cidenza, non si sarebbe mai immaginato di avere a far testo per lo studio della mitologia con quella sua frettolosa esposizione), sistema che mira a conciliare le disparate versioni d'un mito con l'ammettere più divinità (1) Gt'r. 0. Kern, Orphicorum jragmenta, p. 117 ss.; Orpheus (Beri. 1920) p. 47. Inoltre vedi A. DiÈs, Le cycle mystique (Paris, 1909) p. 53 ss.; Villa Giuseppa, La teogonia orfica e le sue fonti (Milano 1920) p. 11, 40, ecc. (2) Molle notizie ben vagliate con bibliografla nel Lexicon del Roscher s. v. Gaia e Welt- schopiung. Mi piace riferire le segg. osservazioni di C. Robert, Zu Hesiods Theogonie (Mélanges Nicole, Genève 1905, p. 485) : « So sehr tur Hes. Zeus die wichtigste Person ist..., die eigentlich Fuhrerin der Handlung ist Gaia. Sie ist nicht nur die alles gebarende Mutter, sondern auch die Diplomatin, die alles weiss, alles ersinnt, alles in die Wege leitet.... sie ist geradezu die Heldin der Theogonie; alles Entscheidende geschieht ra(rjg9pa8p,oaóv'^oiv(652, 884, 891)». Cosa edgna di nota anche perché Demogòrgon era inteso particolarmente terrae deus. — 15 — omonime: tre Giovi, quattro Ercoli, cinque o sei Mercurii e cosi di se- guito. Il che giovava all'interpretazione allegorica, specialmente eve- meristica, col popolare l'Olimpo di esseri umani divinizzati per qualche rassomiglianza con uno già venerato quale dio con quel nome. E non oc- corre dire quanto questo modo di allegorizzare fosse praticato dagli apo- logisti cristiani e facesse loro buon giuoco. Esempi di questa e d'altre divergenze dalla tradizione, diciamo cosi, canonica potrebbe trovare in gran copia chi si piacesse di discendere per li rami dell'albero genealogico che nei libri dal secondo al decimoterzo del Boccaccio frondeggia onusto di dèi e dee, di eroi ed eroine. Il che noi non faremo, perché a entrare in particolari si richiederebbe troppo lungo discorso (1) e alieno dal nostro soggetto, mentre per tenersi sulle generali converrebbe ripetere quello che fu molto bene osservato dal- l'Hortis (2). Intanto la silloge dei frammenti di Teodonzio, sceverati dal resto e muniti di alcuni rinvìi, permetterà di delineare la figura del mi- tografo e offrirà insieme un contributo non disutile alla storia della cul- tura medievale (3). (1) Di alcuni casi più singolari ho in animo di occuparmi altrove. (2) Op. cit., p. 467 s. (3) Quanto vien riferito da Teodonzio nel commento del Boccaccio alla Divina Commedia nulla aggiungerebbe, cf. Paget-Toynbee, Studies on G. Boccaccio, p. 167. Il che non vuol dire che avesse ragione D. Guekri (Il commento del Bocc. a Dante, Bari, 1926) di chiudere tutti quei luoghi tra parentesi quadre; cf. G. Vandelw in Studi Danteschi, XI 1927, PP- 1 sgg. IV. — by Demogorgon's mighty law Ci rimane ancora da compiere la storia del Demogòrgone, oltre a quel che ne fu detto in principio. Perché in realtà questo vecchio dio che non ebbe mai templi né altari né sacerdoti, e nemmeno adoratori e credenti dove che sia, e eh 'è tanto lungi dall 'aspirare a far concorrenza a Puluga — sarebbe questo, secondo il compianto Trombetti, il nome più diffuso della divinità sulla faccia della terra — da poter invidiare magari quel decrepito nume egizio di cui parlava il MerejkovskJ (1), ha pure avuto anch'esso la sua storia, e non tanto breve né "priva di for^ tuna. Strano caso e invero risibile questo d'un dio progenitore di tutti gli dèi pagani chiamato a regnare su di loro quando ormai il paganesimo non era più che un cadavere quatriduano e vuote rimanevano le stanze d'Olimpo; in guisa da ricordarci il fato macabro e pietoso di Ines de Castro, caso triste p dino de memoria ...da ijiisera e mezquiijiha Que despojs de ser morta tei rainha (2). Che nel Demogòrgone del commento lattanziano e della pseudo- mitologia medievale si nascondesse travestito il demiurgo della filosofìa greca, l'avevano sospettato il Lobeck e Ch. M. Heine e sostenuto M. Haupt, preceduti ambedue da alcuni vecchi commentatori di Lucano (3). E (1) « Oukhouckh étaìt un Irès vieux dieu, oublié de tous; il n'avait plus ni slalues ni temples ni victimes ni sacerdots: rien ne lui restait en TÌehors de son nom... ». (Le Mes- sie, Akhenaton joie-du-soleil, trad. frane, Paris 1928, I. p. 27). (2) Camoens, OsLusiades, e. Ili, st. 118. (3) Lobeck Aglaoph. 597 s.; Ch. G. Heyne, Opusc. Acad. Ili 309 s. (nomen fictum); M. Haupt, Opusc. Ac. Ili 298 s. Non cosi il Creuzer Symb. 4, 86, pel quale furono le nozioni del Demiurgo e degli Boni che, combinate con le idee posteriori dei settatori di Mitra, diedero origine alla finzione d'un demone chiamato Demogòrgone, ecc. Nel Lucano cum notis Grotii, Farnabii... (Amstel. 1669): Daemog. deorum princeps sive demiutgus ille sit, Platonis summus deus, omnium rerum, creator... E in quello dell'Oudendorp (Lug. B. 1728): Sed alti cantra Dae- m,ogorgonis nomen ut fictitium et vacuum reiciunt et prò eo Dem.iurgì nom.en restituendum contendunt, etc. — 46 — — 4T — prima ancora di questi, sia pure senza rendersi esatto conto deila sua genesi fittizia, dovuta a malinteso o congettura di Teodonzio o dello Pseudo-Pronapide o di chi per essi, fatto sta che da tempo lo avevano abbandonato come una chimera i trattatisti di mitologia, si può dire, dal iRinascimento in poi, incominciando, come già si vide, da Natale de' Conti (1). Ma se n'era intanto impossessata una capricciosa signora, la poesia, facendolo discendere dalle altezze sideree di reggitore e grande architetto dell'universo al pi^ modesto ufficio di signore delle fate, anzi quasi loro aguzzino nel Boiardo, mentre l'Ariosto chiamandolo <( prin- cipe saggio » ne rialza alquanto la dignità. Vero è che a tale ufficio di solennissimo mago, come Merlino o Atlante, lo aveva predisposto in certo quial modo la tradizione del citati poeti latini : purché la cosa s'in- tenda con discrezione. Credettero a torto due valenti critici francesi, il Legras e il Pichon, nei loro libri su Stazio e su Lucano, che il poeta delia Thehcds con l'espressione triplicis mundi summum, quem scire nefastmm, e il suo predecessore con le varie perifrasi da lui usate inten- dessero davvero designare il Demogòrgone (2). No di certo : è indubitato che i due poeti non lo conobbero altrimenti che come il demiurgo — e si è detto perché • — questo misterioso e innominabile iddio di tremendis- sima potenza; ma non è men vero eh 'è in essi già qualche cosa, special- mente nel pili antico, che ci obbliga a pensare ai prestigli dell'arte tau- maturgica, ai portenti magorum. Ho citato qualche parallelo dai papiri magici; e la cosa non fa stupore in artefici cosi vaghi del meraviglioso,, massime se si consideri l'incombenza data a quel sire di mandare' ad effetto, col semplice udirne il nome, un'opera di esorcizzazlone. Vieppiù troviamo accentuata questa nota di magia (si direbbe nera piuttosto che bianca, o « non è nero ancora e il bianco muore ») in Lattanzio Placido, il quale da ciò che riferisce, in principio, dei magi persiani mettendoli in combutta col filosofi come Platone, nonché da altri accenni, si chia- risce abbastanza per un adepto fervente di quel seriore neoplatonismo, che ben si sa quanto volentieri indulgesse a pratiche magiche di stampo orientale, convertendo la teosofia in teurgia. (1) Cosi è scomparso il Dem. dal Discorso sopra gli Dèi dei gentili di Giacomo Zucchi (Roma 1802) testé ristampato da F. Saxl Aniike Gdtter in der Spàtrenaissance. (2) L. Legras, Etude sur la Thebaìde de Stace (Paris 1905) p. 163 « soit que Lucain cr.ùt lui-mème à un Dewogorgon n, e cfr. pag. seg.; Pichon, Les sources de Lucain (Paris, 1912> p. 193 : « Le dieu suprème du monde subterrain est probablemente le Demogorgon des Or- pliiques ». — 48 — Numina nomina amava sovente ripetere un dottissimo mitologo, il Bréal : e chi sa che alla degradazione del Demogòrgone ad un grande mago non abbia concorso un'altra deformazione di nome, del solito dif- fìcile nome? Fosse causa od effetto, certo è che nelle chiose di qualcuno de' codici da me esaminati, nel luogo del demiurgo, compare il nome di Damìgeron, che sappiamo essere stato nome d'un famosissimo mago, oriundo a quanto pare della Persia, di cui occorre menzione in Tertulliano con Ostane e compagni (de anima, 57) in Arnobio con Zoroastro e altri magi (152), in Apuleio (de m,agia, 45 e 90), e che fu autore d'un de lapi- dihus di contenuto magico (1). D'iconografìa non è certo il caso di parlare. Sarebbe mai comparsa la figura dello squarquoio arcavolo degli dèi falsi e bugiardi in quei libri dei laici che sono i quadri dipinti, al dir d'uno scrittore del medio evo? (2) A me non consta; se mai, penso che l'avranno piuttosto effigiato in sem- bianza d'un vecchio gran mago che d'un iddio sovrano. E tale m'imma- gino dovesse apparire al popolo di Firenze in quell'unica occasione che gli conferi una certa popolarità, allorquando, a vederlo troneggiare nel mezzo di una bella mascherata, neppure monna Betta e ser Martino igno- rarono il nome del Demogòrgone. Oltre a chi ne ha serbata memoria con una descrizione eh 'è testo di lingua (3), forse ne rimane un'eco in un punto dell'Apologia di Annibal Caro ( § 117), dove il vocabolo è» usato (( per celia nel senso di protoquamquam e di arcifanfano » (4) dicendo : u Voi siete di Modena, dove le maschere si fanno e... mi pare che voi vo- gliate essere il demogorgo delle maschere tutte ». Se corrono stretti vincoli tra religione e magia, com'è risaputo (5), (1) Le più copiose notizie in P.-W. IV 2055 s. SoltantOj se costui è il Damegeron menzionato nel corpo dei geoponici, non andrà collocato nel III sec, poiché lo ricordano Apuleio e Ter- tulliano. (2) jRudes aufem erudiri dehent in librìs laicorum-, ìd est in picturìs. Cosi al v. 8 del pro- logo allo Speculum humanae salvationis edito splendidamente dal Perdrizet, Strasb., 1922. (3) Baccio B\i.,dini, Discorso sopra la mascherata della Genealogia degl'iddìi de' gentili. Firenze, Giunti, 1656, e. 8: «Avendo... tutti questi iddii degli antichi gentili, e buoni e cattivi, uno de' due principj, ciò?» il Caos e Demogorgone, parve all'autore molto meglio appigliarsi a Demogorgone che al Caos, si come a principio chiaro, distinto, ordinato e piò agevole a fingerlo che il Caos, e ancora perciocché chi disse che Demogorgone era stato adorato come principio di tutti gl'iddei, gli assegnò per compagni l'Eternità e il Caos ecc. ». (4) Tommaseo-Bellini, Dizion., s. v. (5) Esiste sull'argomento una bibliografia sterminata. Dopo il Frazeb, è notevole il libro recente di K, Bete, Religion und Magie (Leipzig, Berlin ^ 1927). Alle scaturigini prime della mentalità magica guidano le originali e interessanti ricerche di G. Ferretti, Le teorie genetiche sulla Religione ecc. (estr. da Levana VI, 6, 1928), Il bimbo mago (Roma 1924). — 49 — non ne corsero un tempo di meno stretti tra magia e alchimia. Ed ecco quindi il nostro Demogòrgone diventare maestro e donno dei ricercatori della pietra filosofale, istruito nell'arte della crisopea dal sommo Geber ch'egli chiama (( del gran Maumetho sapientissimo nepote » in uno dei libri dell'arte (1), dove i due barbassori sono messi a colloquio per dis- sertare di (( tutto l'ordine naturale della generatione dei metalli >>, accioc- ché poi divenga possibile (( con l'artifìcio in certo modo imitare la na- tura ». A chiarire la vera intima essenza di quest'ordine naturale e le sue varie alterazioni segue interpretato alchimisticamente il racconto degli antichi poeti — o piuttosto del Boccaccio — intorno a colui che vien detto (( essere stato bisavo di tutti gli dèi de' gentili, e da ogni parte essere circondato di tenebre, nebbie e caligine... )> (2). Ivi il medesimo dice d'esser venuto d'Italia in Persia; e un altro dialogo, nello stesso libro (3), tra Demogòrgone e Raimundo — il famoso Raimondo Lullo — ^ fa dire al primo d'essersi partito di Lombardia per venirsene in Maiorica. Uomo dunque, in pari tempo che simbolo del principe dei metalli. Ma avvenne di peggio: ci fu un'ulteriore degradazione, non inaspet- tata dopo quanto precede. Come in ogni operazione magica si vedeva di necessità un patto espresso o tacito col demonio (4), era inevitabile che il Demogòrgone dovesse finire col rappresentare lo spirito del male, il gran nemico, il? diavolo insomma. Lo senti già, tra il fumo che sa più di bruciaticcio che d'incenso, nello scorrere le prime pagine del Boccaccio; e se affermò il /Salmista che omnes dii gentium daemonia (5) tanto più doveva esser tale costui che, mezzo informe e mezzo deforme com'era, dicevasi dimorasse abitualmente nel fondo d'una caverna, tra fìtte tene- (1) La espositione di Geber philosopho di misser Giovanni Biiacescho da lord noni, etc. In Vinetia, appr. Gabr. Giolito di Ferrari, 1543. — Geber è il famoso astrologo arabo vissuto in Ispagna correndo il sec. XI. (2) Basti un saggio, p. 71 v, s.: «Demogorgone in greco vuol dire dio della tqrra et 3io del popolo ovvero dio terribile, e significa il ferro, il quale si dice bisavo di tutti li dèi de' gentili perché da quello tutti i metalli sono derivati.... Da ogni parte è circondalo 31 nebbie e caligine, cioè di soslantia terrestre; passeggia nel mezzo delle viscere della terra, perché sotto terra è generato e nutrito... ». Continua dicendo eh 'è vestilo di umidità disprez- sata, cioè di ruggine, e di pallidezza verde, cioè di vitreolo terrestre e sulphureo... L'Eternità b la quinta essenza ovvero l'argento vivo; il Chaos è il sale terreo detfo Satur; il primo figliolo li Dem., Litigio, è « il solpho detto Marie il quale nella putrefactiono è il primo a na- scere » ecc. (3) « Dialogo nominato il Legno della vita, nel quale si dichiara quale fosse la medicina oer la quale gli primi padri viveano novecento anni ». (4) AuGusTiN. e. d. Vili 19, X 9-10 ecc.; Thom, Summa theol. Il 95, 2. (5) ,Cf . C, Pascal, Dèi e diavoli. Saggi sul paganesimo morente. Firenze, Le Mounier, 1904. - 1^0 - bré, e avesse seco serpeniem perpetuo virìdem. Del resto, anche quando colui s^i chiamava il demiurgo, non gli era forse capitato alcun che di somigliante nella vicenda dei sistemi filosofici e teologici? La con- sueta gravissima dilTìcoltà di conciliare la fede nella provvidenza di- vina con l'esistenza del male nel mondo fece si clie alcune sette gno- stiche e aflìni negassero la creazione del mondo per opera del buon demiurgo — quale è quello di Platone nel Timeo (p. 28 b, 29 a), detto ((padre di questo universo», e che nel supremo degli enti, nell'idea del Bene, si affisa per improntare degli archetipi eterni la materia, co- me si dirà poi, il non ente, come diceva il filosofo — , e l'attribuissero invece a un demiurgo cattivo (1). Eredità persiana anche questa conce- zione dualistica, che il Mazdeismo concretò nella opposizione d'Ormuzd e di Arimane, E di molti lunghi libri senti il bisogno la dialettica e la foga di Tertulliano per confutare un certo discepolo di Valentino, l'eretico Marcione, che al dio del Vecchio Testamento, dio di potenza e di giustizia, padrone e, nella migliore ipotesi, patrono del suo po- polo, cui non risparmia al bisogno severe punizioni e fiere vendette, contrapponeva il dio del Nuovo Testamento, dio di bontà e di miseri- cordia, non pili padrone o patrono, ma vero padre amoroso de' suoi soggetti, a prezzo del suo sangue redenti dalla schiavitù del pec- cato (2). Ciò premesso, e avendo presente quello che dell'eterno nemico del genere umano fu scritto in celebri libri (3), non ci meraviglieremo, ad es., di trovare nel poema di Girolamo Oraziani II conquisto di Gra- (1) Già-, del resto, nel quarto Evangelo si vede Gesi'i ricorrere di preferenza alla perifrasi ' il dominatore di questo mondo ' 6 fipxoov xoO xóoiiou toótou per designare Satana. Cf. Lichten- BBRGER in Encyclopedie religieuse franfaise s. v. Diable. Vedasi anche il recente scritto di Maria Cesabo, Natura e Cristianesimo negli « Exameron » di S. Basilio e di S. Ambrogio (Didaskaleion, 1929, p. 73 ss.). (2) Agli antipodi di questa concezione, dualistica anch'essa, stava quella dei Patripassiani, combattuti anch'essi da Tertulliano, i quali si pensavano di salvare l'unità del principio divino sostenendo che non già il Figlio, il Verbo di Dio (spesso il Logos è fatto tutt'uno col De- miurgo), ma il Padre stesso sf fosse incarnato per affrontare la passione necessaria alla salvezza del mondo. (3) RosKOFF, Geschichte des Teufels, Leipzig, 1869; A. Ghaf, Il diavolo, Milano, Treves, 1889. — Se Dante avesse fatto luogo tra i suoi diavoli al Demogòrgone, questo nome godrebbe d'assai maggiore notorietà. C'è però quel Gorgone insolitamente maschile che ha dato da fare ai critici: « che se '1 Gorgon si mostra e tu '1 vedessi... » (Inf. 9, 56). È il capo di Me- dusa che impietra i riguardanti; ma forse con un riflesso del diro nome incontrato p. es. n«lle glosse di Lucano e di Stazio .>> -Ai- 51 ri nata (e. 18", st. 52) il mago Alchindo di Almeria che evoca le potenze d'Inferno a soccorso dei Mori cosi dicendo tra l'altro: Venite ornai da le tartaree mole, Furie: ancor v'indugiate a nostro scorno? Forse vuoi che col nome alto e temuto Ai novi uffici io ti costringa, o PlutoP Il Oraziani pensava certo a Lucano, e il nome alto e temuto, che non viene poi profferito, del grande arcidiavolo sappiam bene quale è: pili temuto che quelli di Satana, di Lucifero, di Belzebù, di Mefistofele, col quale ultimo ha comune la formazione da voci greche {ju€yi6T.og)é- Ài^g ' massimo ausiliare '), ma nuova e barbara formazione, come si diceva anche di quel Protocosmo che fu quasi l'Alcorano del Dio di cui ci stiamo occupando. E noto altresì che per taluni gnostici, come Tolomieo discepolo di Valentino, il demiurgo non era né il dio supremo né il diavolo, ma qualcosa d'intermedio tra i due, jusaog to-ótcov Kadearùs (1). Essere in- differente adunque com'è la natura e come, direi, il Demogòrgone cui si accenna qua e là nelle opere di Giordano Bruno, notoriamente amante di fare sfoggio d'antichi e nuovi miti a incarnare le proprie idee o a lumeggiarle, in modo a volte assai bislacco (2). Non cosf, però, nel, luogo più esteso dove ne parla, nella Lampas triginta statuarum, di cui un capitolo s'intitola Demogorgone, i. e abitudine seu relatione (3). E dunque, come si vede un principio filosofico, di gnoseologia più che di metafìsica, che il vetusto nome (e non più nume) è chiamato a rap- presentare in quell'opera mezzo cabalistica, con ragionamenti e suddi- stinzioni molteplici che a noi converrà lasciare da parte. Giordano Bruno visse alcun tempo in Inghilterra, ma non per- questo direi che ai conversari da lui tenuti colà sia in qualche parte dovuta la meno infrequente menzione del Demogòrgone presso scrit- tori inglesi, in confronto con quello che vediamo avvenuto in Francia, (1) Cfr. E. De Fave, Gnòstiques et (ìnosticisme (Paris, Leroux, 1913) p. S2 ss, (2) Credo anch'io con I'Olschri nel suo Giordano Bruno (Rari, Laterza, 1926) p. 92 n. 1 ìhe « sarebbe interessante una monografia intorno all'uso che il Bruno fa degli antichi miti, ler conoscere meglio il suo spirito e il gusto del tempo ». (3) Opera latine conscrìpta, III (Fior. 1891) e.M. F. Tocco et li. Vitelli, p. 1.31 s. Nella xadizione manoscritta del Bruno il nome è sformato in De Momorgene e Momorgenes. in Ijpagna, in Germania (1), le cui letterature un df guardarono pure alla nostra quanto la britannica (2). Dopo lo Spenser nella Fairie Queene, l'introdusse il Milton nel Paradiso Perduto, e gli fece larga parte Thomas Peacock nella sua Rhododaphne, dove anche appose in fine una nota erudita sopra la sua figura. (3) Di questa nota dell'amico Peacock si giovò lo Shelley per il suo Prometeo Liberato, benché certo non ignorasse il Boccaccio, che egli ricorda in alcune sue lettere; e propenderei a credere che avesse letta la calorosa difesa della poesia contenuta negli ultimi libri della Gen. deor. quando si pose a scrivere la sua tanto pili celebre Defence of poetry, che spesso collima con le idee in quelli espresse più che non si crederebbe a prima giunta pos- sibile, considerata la diversa indole dei due poeti e il lungo tratto che separa il trecento dall'ottocento. Ambedue hanno un altissimo concetto della poesia e della sua funzione nella società civile; ambedue sono egualmente persuasi, per dirla con parole dello Shelley, che «l'ufficio e il carattere del poeta partecipa della natura divina nei suoi due aspetti : di provvidenza e di creazione » (4). Invero la fondamentale concezione teologica e teleologica dell'uno, cirèa l'essenza dell'arte, non disdiceva allo spirito profetico dell'altro, più che quella, in tutt'altro campo, di Dante Alighieri a Giuseppe Mazzini. C'è qualcosa che ricon- giunge a distanza quelle anime assetate d'ideale; non senza, si direbbe, un riverbero dell'idealismo platonico e un presentimento delle teorie vichiane. Al meraviglioso poeta del liberato mondo, (( spirito di titano entro virginee forme», si richiamano direttamente di per sé i versi déìV An- niversario Orfico del D'Annunzio dov'è nominato il Demogòrgone; e certo anche quelli che furono insieme citati del Carducci, di cui è tra (1) Dove, se sono bene informalo, pare c)ie all'infuorì degli scrittori di mitologia sarebbe vano cercare menzione del Demogòrgone. Per la Germania cita il Gruppe (nella citata Gesch. p. 14) « die gewiss nicht aus des Luft gegriffenc Angabe Ileirichs von Her\'ord, dass Uranos Sohn des Demogorgon, d. h. des Demiurges, sei ». Trattasi del De rebus mÌTabilibus di Henricus de Hervordia ( 1370), edito dal Potthast a Gottinga nel 1859. (2) Ci', nella citala traduzione di A. De Bosis le avvertenze finali (p. 252 ss.) e gli autori ivi citati, come W. M. Rossetti ecc. (3) Può vedersi tradotta in calce alla versione di R. Piccou del Prom. Liber. dello Shelley (Firenze, Sansoni, s. d.; p. ,258. (4) P, B. Shelley, La difesa della poesia. Traduz. di E. C, Lanciano, Carabba, 1910, p. 77. Cf. anche a p. 54: « I poeti l'uron chiamali, nelle prime epoche del mondo, legislatori e profeti; e un poeta comprende infatti e riunisce entrambi questi caratteri » ecc. — sa- le più belle pagine di prosa la prefazione al Prometeo tradotto da Ettore Sanfelice. Ma è inutile dire che la sconfinata dottrina dell'uno e del- l'altro non ignorava nulla di tutto quello che del misterioso iddio ave- vano scritto i nostri, dal Boccaccio al Boiardo, dall'Ariosto al Bruno. E sopra tutto dal Boccaccio e dallo Shelley sembra procedere la più re- cente rappresentazione eh 'è piaciuto darne ad un giovane poeta in una lirica intitolata Demogorgone, con cui si chiude un suo volumetto di versi soffusi di sogno e di fantastico simbolismo (1). Ne riportiamo le prime due strofe e l 'ultima : Solo fra l'infinito lamentio d'acque occulte cadenti a goccia a goccia, nell'antro dei millenni, ignoto agli uomini, giace l'ignavo mostruoso iddio. In un grigiore morto, entro la cava oscurità s'accampa la titanica mole del corpo ignudo, dove i secoli hanno deposto la lor trista bava. Il tempo passa e misura non ha, se non il lamentio delle invisibili acque stillanti : nello speco funebre spira l'orrore dell'eternità. Cosi dopo lo Shelley torniamo a rivedere il Demogòrgone sub specie aeternitatis. Che se a taluno piacesse di contemplare il Demi- urgo, ripreso il suo vero nome, sub specie temporis, vestito e atteg- giato alla moda del giorno, aggirarsi per le vie e le piazze degli uo- mini, troverebbe oggi anche lui il fatto suo senza uscire d'Italia (2). Ma quantum mutatus ab ilio!..:. ((Lasciamolo stare e non parliamo a vuoto»; otturiamoci anzi le orecchie alle voci delle sirene, ponendo termine alla nostra navigazione, ch'è stata più breve certamente di quella del Boccaccio avventuratosi in egeum mare, ma che pur ci ha permesso, tra l'altro, svelate le fallacie d'un ateniese personato come Pronapide, di riesumare alcune ignorate reliquie d'un ateniese auten- tico come Filocoro. Non sarà la prima volta, crediamo, anche nei do- mimi dell'erudizione, che l'andar dietro a un fantasma, com'era per noi il Demogòrgone, abbia fatto scoprire per via qualche meta inat- tesa. (1) Matteo Darzi, Evalga. Con prefazione dì E. Janni. Firenze, Battistella [1921], p. 122 s. (2) F. BuBzio, Discorso sul Demiurgo (Torino, Ribet, 1929). Dove non manca nemmeno l'elemento magico : « C'è un carattere con cui il demiurgo corona la propria costruzione spi- rituale, è la magicità... » p. 75). APPENDICE. SAGGIO DI NUOVA EDIZIONE DELLE GBNOLOQIB DBOBUM GBNTILIUM DEL BOCGAOCIO E SILLOGE DEI FRAMMENTI DI TEODONZIO N. B. — Come negli estratti dell'opera pubblicati da O. Hbckeb, è segnata in mar- gine al testo la numerazione dei fogli del codice (Laur. S2,9), indicandosi con a, l, o, d, le colonne sinistra e destra del retto e del verso di ciascun foglio ; nelle note con la sigla M si rimanda all'edizione curata dal Micyllus, ultima e pitì. corretta di tutte (Ba- silea 1532). È adoperata la sigla C per designare lo stesso codice autografo del Boccaccio. A differenza dal detto Hecker, e per ragione di chiarezza , nella divisione delle parole, nell'uso delle maiuscole pei nomi propri e in altro non abbiamo avuto scrupolo dì allontanarci dal codice. IOAimiS BOCCACGII GENOLOGIE DEORUM GENTILIUM LIBER PRIMUS (Post desoriptam arborem rubrica) In arbore- deacripta desuper ponitur in culmine Detnogorgon versa in celum f. IV radice, nec solum infra descripte progeniei, sed deorum omnium gentiliwn pater et in ramis et frondibus ab eo descendentibkis describuntur eius filij et nepotes, de qiiibus omnibus fo«c in primo libro prout signati sunt distincte scribétur. Verum ex iis Ether solus excipitnr, de quo et eius amplissima posteritate in libris sequen- tibus describetur. Fuerunt ergo Densogorgonis fllij fiUaeque viiij, quorum primus Ldtigius etc. Summa cum maiestale tenebrarum arbore descripta veternosus ille deorum omnium gentilium proavus undìque stipatus nebulis et caligine medijs in/visce- ribus terre perambulanti mihi comparuit Demogorgou, nomine ipso horrìbilis, pallore quodam muscoso et neglecta huroiditate amictus, terrestrem tetrum fetì- dumque evaporans odorem seque miseri principatus patrem potius alieno sermone 5 quam suo confessus verbo me coram novi laboris opiiìce constitit. Risi fateor cum illum intuerer, memor stultitie veterum, qui ilium a nemine genitura eter- num et rerum omnium patrem atque in viscerìbus terre delitescentem rati sunt. /.Il Sane quoniam minus hoc spectat ad opus, eum sinamus in sua miseria, proce- dentes eo quo cupimus. Huius igitur insipide credulitatis causam dicil Theo 10 dontius, non a studiosis hominibus habuisse principium, quinimo a vetustissi- mis Arcadum rusticis. Qui cum mediterranei essent homines atque montani et semisilvestres et viderent terram sponte sua silvas et arbusta quedam producere, flores, fructus et semina emictere, animalia alere cuncta et demum in se raorien- tia queque suscipere, nec non et montes flammas evomere ex duris silicibus ignes 15 excuti, ex concavis locis et vallibus exalare véntos, et ìllam sentirent moveri nonnunquam et etiam mugitus emictere eiusque ex visceribus fontes, lacus et flumina fundi, quasi ex ea ethereus ignis et lucidus aer exorti, ac egregie potata ingentem illum Occeani pelagum eminxerit, et ex coUisis incendiis evolantes in 3 apparuit M Daemog. et sic ubiqtie M 7 qui illum — rati sunt add. C hi mg. infer. 13 posi semiailrestres quaedam deleta C. 14 amittere M 15 et duris M 16 lucis M Vi) emiserit M. - 57 - — 68 — 20 altum favillule solls luneque globos ediderint summoque implicite celo in stellas sese ìnflxerint, sempiternas stolide credidere. Qui autem post hos secuti sant, paulo altius sentieiites, non terram simpliciter rerum harum dlxere autorem, sed jlli mentem implicitam esse dìvinam, intellectu et nutu cuius agerentur ista, /• 12« eamque mentem in subterraneis habere sedem arbitrati sunt. Cui errori auxit 25 lidem apud rusticos antra ac profundissiraos terrarum abditus intrasse nonnun- quam, in quibus in processa languescente luce silentium augeri videatur, subin- trare mentes cum nativo locorum horrore religio consuevit et ignaris presentie alicuius divinitatis suspicio. Quam a talibus suspicatam divinitatem non alterius quam Demogorgonis existimabant, eo quod eius mansio in terre visceribus cre- so deretur, ut dìctum est. Hic igitur cum esset apud vetuslissimos Arcades in ho- nore praecipuo, rati taciturnitate sui nominis divinitatis eius augeri maiestatem, seu existimantes indecens esse tam sublime nomen in buccas venire mortalium. vel forte timentes ne nominatus irritaretur in eos, consensu piiblico vetitum est ne impune nominaretur a quoquam. Quod quidem testari yidetur Lucanus ubi 35 Erichtum manes invocantem describit dicens : «Paretis? an ille Gompellandus ,.«-€rit, quo numquam terra vocato Non concussa tremit, qui Gorgona cernit aper- « tam Verberibusque suis trepidam castigai Eriaem etc. » Sic et Statius, ubi ce- cus senex Tyresia iussu Ethyoclis belli Tbebanorum exitum perscrutatur, dicit : « Scimus enim et quicquld dici noscique tìmetis Et turbare Ecatem , ni te Tym- 40 « bree timerem Et trìplicem mundi summum quem scire nephastum. Illum sed «tacco etc. » Hunc de quo duo poete loquuntur nomine non expresso Lactantius insignis homo doctusque super Statium scribens liquido dicit esse Demogorgonem summum primumque deorum gentilium. Et nos etiam satis sumere possumus, si verba carminum ponderare velimus. Dicit enim apud Lucanum femina malefica 45 et gentilis, ad preeminentiam atque subterraneam huius mansionem demonstran- dam, terram tremere eo vocato, quod nunquam alias facìt misi concussa. Subse- quenter hoc idem, quia videt Gorgonem, id est terram apertam, id est ad plenum eo quod in visceribus habìtet terre, nos autem respective ad eum superi superfl- ciem tantum videmus. Vel videt apertum Gorgonem, monstrum illud vertens aspi- 50 cienles in saxa, nec propterea in saxum vertitur, ut appareat preemìnentìe eius signum aliud. Tertio potentiam eius ostendit etiam circa inferna, dum eum dicit castigare verberibus Erìnem prò Erinas, id est furias, eas scilicet potentia sua et reprimendo et irritando. Hunc autem cognosci a superis idcirco dicit Statius, ut illum et subterraneum et cunctorum demonstret principem, et invocatum posse 55 cogere manes in desideria mortalium, quod ipsi nollent. Eum autem cognosci ideo nephas dicit, quia scire secreta dei non spectat ad omnes ; nam si cognita 35 Luoan. VI 744-749 37 Stat. Theb. IV 514-517. 41 Laot. Plao. ad Stat. Theb. 1. e. 20 favillae M 21 sempiternum M 26 cum in proo. M. 33 iritar. M 35 Erichtho M. 40 nefasfcum M 411oq. nom. non in ras. C 42 esse dicit M 43 Bummumque et primum M 46 siibsequitur M 48 superiorem si sup. M 49 apertam M 52 Erinnym... Erinnyas M. 56 si et sint post. add. C 60 — 69 — sint, in vilìpeneionem fere veniet potentia deitatis. Huic preterea ne tedio sóli- /• 12& tudinis angeretur, liberalis et circumspecta vetustas , ut ait Theodontius, socios dedit Eternitatem atque Chaos, et inde fllioriam agmen egregium : viiij enitn illi inter raares et feminas fuisse voluere, ut infra apparebit distinctius. Brat hic locus detegendi, si quid fuisset poetica fictione reconditum. Sed cura nudus sit huius deitatis erronee sensus, explicare quid nomen eius liorridum so, nare videatur tantummodo superest. Sonat igitur, ut reor, Demogorgon grece, terre deus latine. Nani demon deus, ut ait Leontius, Gorgon autem terra inter- pretatur. Seu potius sapientia terre, cum sepe demon sciens vel sapientia expo- 65 natur. Seu, ut magis placet alijs, deus terribilis, quod de vero Deo qui in celis habitat legitur Sanctum et terribile nomen eius. Verum iste aliam ob causam terribilis est, nam ille ob integrìtatem iuslitie male agentibus in iudìcio est ter- ribilis, iste vero stolide existimantibus. Postremo, antequam de fiiijs aliquid, de socijs pauca videnda sunt. 70 De Eternitate (e. i). Sequitur de Eternitate, quam ideo veteres Demogorgoni sociam dedere, ut is qui nuUus erat videretur eternus. Que quid sit suo se ipsa pandit nomine: nulla enim temporis quantitate mensurari potest, nullo temporis spatio designari, cum omne contineat evum et contineatur a nullo. Quid enim de ea scripserit Claudius Claudianus, ubi in heroico Carmine Stilliconis laudes extulit, libet inserere. Di- 5 cit enim sic : « Est ignota procul nostreque impervia menti, Vix adeunda diis « annorum squalida mater, Immensi spelunca evi, quae tempora vasto Suppeditat «revocatque sinu complectitur antrum Omnia quo placido consumit numine ser- « pens Perpetuumque viret squamis, caudamque reducto Ore vorat tacito, relegens «exordia lapsu. Vestibuli custos vullu longeva decoro, Ante fores Natura sedet, 10 « cunctisque volantes Dependent membris anime. Mansura verendus Scribit iura « senex, numeros qui dividit astris, Et cursus stabilesque moras quibus omnia vi- « vunt Ac pereunt fixis cum legibus ille recenset etc. » Antro demum sic de- scripto subsequitur idem : « Hic habitant vario facies distincta metallo Secula « certa locis, illic glomerantur ahena, Hic ferrata rigent, illic argentea candent 15 « Eximia regione doraus etc.» Hec ille. Ex quibus reor, serenissime regum, pos- sis advertere quam suavi stilo quamque accurata atque explicata oratione quid eternitas et que intra eternitatem contineantur poeta describat. Qui ut eius ostendat omnium temporum excessum, dicit speluncam ipsius, id est gremij pro* funditatem incognitam atque procul stantem, et nedum mortalibus, sed vix adeun- 20 dam dijs, id est beatis creaturìs que in conspectu Dei sunt : eamque demum dicit tempora suppeditantem atque revocantem, ut appareat intra eam omne tempus 67 Psalm. 110,9 5 Claudian, de consul. Stilioh. II 424-436. 14 Olaudian. o. 0. 446-9. 59 aooioB om. M 60 fuisse i|| vola. C patebit M 66 Leontius] Lactantius M 4 Illa M ]pQsi Bcripserit ras. C 8 quae M 9 perpetuum v. C. 14 ibidem M. — 60 — . initium sumpsisse ac sumere et sumplurum esse, et ultimo in finem devenire suum. Et ut appareat quo ordine describit serpentein perpetuo viridem, id est 25 quantum ad eam nunquam in senium tendentem, eumque dicit revoluto in cau- dam ore eam devorantem, ut ex hoc actu percipiamus temporis circularem lap- sum. Nam semper anni unius finis principium est sequentis, et sic erit durante tempore. Quo exemplo usus est, eo quod per illud fuerit olim egyptijs, antequara literas suscepissent , consuetudo describendi annum. Subsequenter autem hoc 30 fieri tacite dicit eo quod non advertentibus nobis pauJatìm labatur tempus. Na- turam autem animarum circumvolantium plenam, eo quod assidue multis animan- f. 12« tibus animas infundat ideo ante fores Eternitatis describit ut intelligamus quod quicquid intrat Eternitatis gremium, seu parum mansurum seu multum, natura rerum agente intrat, et sic quasi ianitrix hic est, et intelligendum de natura na- 35 turata. Nam quod natura naturans immittit nunquam egreditur. Senem autem qui in antro numeros stellis dividit, Deum verum credo, non quia senex sit, non enim in eternum cadit etatis ulla descriptio, sed mortalium loquitur more, qui longevos etlam imraortales senes dicìmus. Hic numeros stellis dìvidifc ut intelli- gamus quia eo agente et ordinante per certum et constitutum ab eo syderum 40 motum nobis tempora distinguantur, ut puta per solis totius celi circuitum ha- bemus annum, sic per eandem lune circumvolutionem mensem, et per integram octave spere revolutionem diem. De seculis autem, que ibidem esse dicit, infra ubi de eonis satis late scribetur. De Ghaos (e. n). Ghaos, ut Ovidius in principio maioris sui voluminis asserii, fuit quedam omnium rerum creandarum immixta et confusa materia. Dicit enim sic : « Unus « erat toto nature vultus in orbe Quem dixere chaos : rudis indigestaque moles « Nec quicquam nisi pondus iners congestaque eodem Non bene iunctarum di- 5 « scordia semina rerum etc. » Hunc seu hanc lam speciosam forma certa caren- tem efflgiem voluere nonnulli, alias instgnes philosophi, sociam atque coeternam fuisse Demogorgoni, ut si quando in mentem illi venisset creaturas producere, non deesset materia ; quasi non posset qui poterat rebus varijs formam dare, materiam ex qua daret producere. Ridicuium est, sed iam neminera redarguere 10 professus eum. (II) 2 Ovid. luetam. I 6-9. 27 circularis M 34 intellig. est M 35 egredietur M. 39 siderum om. M W puta om. M 42 dicit esse M 43 piane .\I (II) 4 ingesta M Ante mare et terras et quod tegit omnia caelura (Ovid. met. I 5) praem. M 6 atque iam aeternam M. — 61 — De Litigio primo Demogorgonis filio (e. iii) /. I2d His premìssis ad inclitam prolem primi dei gentiiium veniendum est. Cuius primum fllium volaere Litigium, eo quod primura eum ex Ghaos pregnaatis utero, ex incerto tamen patre eductum velini. De cuius eductione talis a Tlieodontio recitatur fabula. Dicit enim a Pronapide poeta in Prothocosmo scribi quod semel rcHÌdente Demogorgone, ut quiesceret in eternitatis antro, sensit in utero 5 Ghaos tumultuari, quaraobrem commotus extensa manu Ghaos ventrem aperuit, et evulso Litigio tumultum f'acìente, eo quod turpem et inhonestam haberet fa. ciem, abiecit in auras. Qui confestim evolavit ìlu altum : non enim poterai ad inferiora descendere, cum omnium rerum inferior is esse videretur, qui illum ex utero matris exemerat. Ast inde Ghaos acri fessa labore, cum non haberet quaui 10 iavocaret Lucinam, madens tota in sudorem videbatur resolvì debere, ignita exa. lans infinita suspiria, insistente forti manu Demogorgone: ex quo factum est ut iam divulso Litigio, tres Parcas et Panem educeret unacumeis. Inde autem cum illi Pan rebus gerendis videretur celeri s aptior, eum domui prefecit sue et sorores illi dedit pedissequas. Ghaos autem liberata pondere, iussu Panis, Demogorgonis 15 cessit in sedera. Litigium vero, quod nos vulgatiori vocabulo Discordìam diclmus ab Homero in Iliade Lis vocatur, et lovis dicitur filia : quam ipse'ail, eo quod a lunone per eam lesus fuerit circa nativitatem Euristei et Herculis de celo in terras eieclam. Theodontius autem de Litigio plura insuper recital, que ubi decentius in processu ponenda videbunlur, apponam, que hic ad praesens omit- 20 luntur. Habes, rex inclyte, ridiculam fabulam, verum eo ventum est, ut oppor- tunura sii a veritate amovere ficlionis corticem : sed prius respondendum est persepe dicentibus, quid poete dei opera vel nature vel hominum hoc sub fabu- larum velamine tradidere? Non erat eis modus alter? Erat equidem, sed uli non equa facies omnibus, sic nec animorum iudicia. Achilles arma preposuit ocio, Egy- 25 sthus desidiam armis, Plato philosophiam omissis ceteris seculus est, statuas Gelle scuipsere, Phydias Apelles pinniculo ymagines pinxere. Sic ut reliqua homi- num studia sinara, poeta delectatus est tegere fabulis verilatem, cuius delectationis Macrobius super somnio Scipionìs scribens satis apte causam videtur ostendere dum dicit : « De dijs autem dixi ceteris, et de anima non frustra, sed nec ut 30 « obleclent ad fabulosa convertunl, sed quia sciunt ìnimicam esse nature apertam /. 13« «undique expositiouem sui, quae sicut vulgaribus hominum sensìbusintellectum «sui vario rerum tegmine operimenlo subtraxìt, ita a prudentibus arcana sua «voluil per fabulosa tractari. Sic ipsa misleria fabularum cuniculis operiuntur, « ne vel hoc adeplìs nudam rerum talium natura se prebeat, sed summatlbus 35 «tantum viris sapientia interprete, veri archanì consciis contenti sunt reliqui». Hec Macrobius, quibus etsi multo plura dici possent , satis responsum arbitror 17 Hom. II. XIX 91-131 29 Maorob. Comm. in Somn. Scip. I 2, 17-18. (Ili) i poeta om. M 19 terram M 20 ponenda om. M 21 abee C 27 penioulo M sic et M 29 aperte M 30 dum dicit. Post haec alìqua deleta (duo fere vv.J in ima pagina G 31 uudique apertam M 37 quibus om. M — 62 — exquirentibus. Insuper, rex precipue, sciendum est his flcUonibus non esse tan- tum unicum intelleclum, quin imo dici potest potius polisensum, hoc est multi- lo plicium sensuum. Nani sensiis primus habetur per corticem, et hic licteralis vocatus est; alij per significata per corticem, et hi allegorici nuncupantur. Et ut quid velim facili us assummatur, ponemus exemplum. Perseus lovis fllius fig- raento poetico occidìl Gorgonem, et Victor evolavit in ethera. Hoc dum legitur per licteram hystorialis sensus prestatur. Si moralis ex hac lictera queritur, in- *5 teliectus Victoria ostenditur prudentis in vicium, et ad. virtutem accessio. Allego- rice autem si velimus assumere, pie mentis spretis mundanis delicijs ad celestia elevatio designatur. Preterea posset et anagogico dici per fabulam, Ghristi asceur sum ad Patrera mundi principe superato figurari. Qui tamen sensus etsì varijs nuncupentur nominibus, possunt tasnen omnes allegorici appellari, quod ut pluri- 50 mum fit. Nam allegoria dicitiir ab allon quod alienum latine significat sive di- versum, et ideo quod diversi ab bystoriali seu literali sint sensu, allegorici possunt, ut dictum est, merito vocitari. Verumtamen non est animus mihi se- cundum omnes sensus enucleare fabulas que sequuntur, cum satis arbitrer unum ex pluribus explicasse, esto ailiquando apponentur fortasse plures. Nunc autem 55 quid Pronapidem sensisse putem, explicabo paucis. Videtur etenim mihi Prona- pidem mundi creationem designare voluisse secundum erroneam eorum opiniouem, qui rati sunt deum ex materia, preparata produxisse que creata sunt. Nam sensisse Demogorgonem tumultura fieri in utero Chaos, nihil aliud reor quara divinam sapientiam , aliqua eam movente causa , utputa maturitatem ventris , id est 60 temporis propositi horam advenisse, et sic cepisse velie creationem et que im- mixta erant certo ordine segregare, et hic extendisse manum, id est operam /. 13& voluntati dedisse, ut ex informi colluvie formosum atque ordinatum produceret opus, et ante alia evulsis ex utero laborantis, id est laborem confusionìs patientis litigium, quod totiens aufertur a rebus quotiens amotis diseordìantie causis illìs 65 debitus imponitur ordo. Patet igitur hoc ante alia fuisse, disgregasse scilicet que inter se erant dementa confusa , calida enim frigidis , Bieca humidis, et levia gravibus repugnabant. Et cum primus dei videretur actus a discordantibus ordinando subtraxisse Litigium, Demogorgonis primus filius dictus est. Eum abiectum ob turpem faciem, quia turpe sit ut plurimum litigare; evolasse ad 70 sublimia potius videtur fabuloso ordini prestare decorem, quam aliud velie signi- ficare. Preterea eiectum quo se eflerret ni in altum tendere non habebat,. cum in inferioribus iam producti orbis partibus in lucem constet eum fuisse pro- ductum. Quod a superis in terram demum deiectum sit, scribit Homerus ob id factum, quod opere suo ante Herculem Euristeus natus sit, ut suo narrabitur 75 loco. Veruni quantum ad intrinsecum sensum, hoc ego sentio, quod a motu su- periorum corporum apud morta^es persepe oriantur litigia. Insuper dici potest possunt M 39 polysemum M 40 sensum M 49 nuncupetui- M 50 SiXXù quod est alienum lat. sive M 51 vel quot in mg. C 52 verum M 53 unum arbitrer M 56 creationem mundi M 60 tempus M fi6 posi erant add. erant enim M 71 afferret in {om. ni) M 75 corporum super. M. 76 saepissime M — 63 — ilkid in terras eiectutn a superis, cum apud superos omnia certo et perpetuo agantur ordine, ubi apud mortaies vix ìnveniatur aliquid esse concorde. Deinde cum dicit sudore madefactam Cliaos et ignita emictenlem suspiria, nil aliud in- teiligat reor, quara elementoruni segregationem primam, ut per sudorem sentia- 80 mus aquam, per ignita vero suspiria aererei atque ignem, et que desursum sunt corpora, et per grossitiem molis huius terram, que Panie» Consilio confestim creatoris sui domus et sedes facta est- Eductum autem l^ana post Litigium credo ratos veteres ea in separatione elementorum naturam naturatam iiabuisse initium et evestìgìo domui, id est orbi, Demogorgonis prepositam, quasi eius oppre sic 85 volente deo omnia producantur mortalia. Parcas auleta eodem partu productas et pedissequas fratri datas ideo fictum exìstimo, ut inteliigatur naturam tiis cum legibus productam ut procreet seu gignat, nutriat et in finem nata deducat: que tria sunt Parcarum officia, in quibus continuum nature prestant obsequium, ut latius in sequentibus apparebit. 90 De Pane secundo Peniogorf/onis filio (e. iv). Pana Demogorgonis fuisse fllium iam satis supra monstiatum est. De quo talem Ttieodontius recitat fabulam. Dicit enim eum verbis irritasse Cupidinem, et inito cum eo certamìne superatum, et vìcloris iussu Syringam nynpham Ar- cadem adamasse, que cum Satyros ante lusisset, eius etiam sprevit coniugium- Pan autem cum illam urgente amore fugientem sequeretur , contigit ut ipsa a 5 Ladone fluvio impedita consisterei, et nynpharum auxilium precibus imploraret, quarum ope factum est ut in palustres calamos verteretur, Quos cum Pan motu ventorum sensisset dum invicem colliderentur esse canoros, tara affectione pueile a se dilecte, quam delectatione soni permotus, calamos Jibens assumpsit, et ex eis septem disparìbus factis fistuiam ut aiunt coraposuit, eaque primùs cecinit, io ut etiam testari videtur \^irgilìu8 : « Pan primus calamos cera coniungere plures «Instìtuit etc. » Huius preterea poete et alii insignes viri mirabilem descripsere figuram. Nam ut Rabanus in libro de origine rerum ait, «Is ante alia fronti « habet^Jinfìxa cornua in celum tendentia, barbara prolixam et in pectus pendulam, /. 130 « et loco pallij pellem distinctam maculis, quam nebridem vocavere prisci, sic et 15 «raanu virgam atque septem calamorum fistuiam». Preterea ìnferìoribus membris yrsutum atque hyspidum dicit, et pedes habere capreos et, ut addit Virgilius, purpuream faciem. Hunc unum et idem cum Silvano arbitrabalur Rabanus, sed diversos esse describit Virgilius dicens: «Venitet agresti capitis Silvanus honore «i Plorentes ferulas et grandia lilia quassans». Et illieo sequitur: «Pan deus 20 «Arcadie venit», Et alibi: « Panaque Silvanumque senem nynphasque sorores (IV) 13 of. Habanus de univ. XV 6 17 Verg. eoi. 10,24 s. 19 Verg. ecl, 10,26 21 Verg. georg. II 494. 77 illum M 78 invenitur M conoors M Deinde — nil post. add. iw texln C, aliud intell, et quae secuntur usque ad capitis finem in imajpag. idem. (IV) 1 demonstr. M 5 aladone C 12 et alìj ina. viri add. in mg. C 15 pellem dist. 19 Virg. describit M — 64 — «etc. » His igitur premissis, ad intrinseca veniendura est. Et quoniam supra Pana naturam naturatam esse dictum est, quid sibi voluerint fingentes eum a Cupidine superatum, facile reor videri potest. Nam quanti cito ab ipso creatore natura pro- 25 ducta est, evestigio cepit operari, et suo delectata opere illud cepit amare, et sic a delectatione irritata amori succumbuit. Siringa autem quam aiunt a Pane di- lectam, ut dicebat Leontiiis, dicitur a syren grece, quod latine sonat deo cantans, et sic poterimus dicere sìringam esse celorum seu sperarum melodiam , que ut Pìctagore placuit ex varijs Inter se motibus circulorura sperarum conflciebatur, 30 seu conficitur, et per consequens tamquam deo et nature gratissimum a natura conficiente diligitur. Seu volumus potius Siringam esse circa nos agentibus su- percelestibus corporibus nature opus tanto organizalum ordine, ut dum in certum et determinatum finem continuo deducitur tractu, non aliter quam faciant rite canentes armoniam facere, quod deo gratissimum fore credendum est. Cur autem 35 hanc nynpham Arcadem fuisse dixerint et in calaraos versam, ideo dictum puto quia, ut placet Theodontìo, Arcades primi fuere, qui excogìtato cantu emic- tentes per calamos longos et breves spiritura, quatuor vocum inveuere discrimina, ut deraum adiecere tria, et ad postremum quod per multos faciebant calamos, in unara contraxere flstulam, forarainibus ori flantis proximis, et remotioribus exco- 40 gitatis. Macrobius vero hoc repertura dicit Pìctagore, ad ictus malleorum gravium atque levium. losephus vero in libro antiquitatis iudaice dicit longe vetustius lubal inventum fuisse ad tinnitum malleorum Tubalcayn fratris sui, qui ferrarius faber fuit. Veruni quoniam fingentibus verius visum est Arcades invenisse , eo quod ilio forsan evo ceteros excederent fistula , Arcadem nynpham fuisse vo- 45 luere. Siringam autem lusisse Satiros et Pana fugientem, atque a Ladone moratam et nynpharum suffragio in calamum versam , circa nostros cantus iudicio meo aliquid bone considera tionis abscondit. Hec enim spretis Satyrìs, id est ingenijs rudibus, fugit Pana, id est hominem natura aptum natum ad musicalia: nec equidem actu fugit, sed extimatione cupientis, cui in dilatione videtur cessari 50 quod optat. Hec tunc a Ladone sistitur donec instrumentum ad emictendam me- ditationem perficitur. Est enim Ladon fluvius in ripa enutriens calamos, in quos versam Siringam aiunt, ex quibus postmodum confectam flstulam novimus: ex quo summere debemus utì calamoium radix terre infixa est, sic et meditatio musice artis et compertus exinde cantus, tamdiu latet in pectore inventorls, 55 donec emictendi prestetur organum, quod ex calarais suffragio bumidìtatis a ra- dice emissis conficitur : quo confecto , sonus premeditatus emictitur suffragio humiditatis spiritus emictentis. Nam si siccus esset , nulla sonoritatis dulcedo, sed mugitus potius sequeretur, ut videmus ex igne per fistulas emisso contingere : et sic in calamos versa videtur Siringa, eo quod per calamos resonet. Possibile 60 preterea fuit a compertore fistule calamos ad hoc primo fuisse compertos La- 40 Macrob. Comui. in So. Se. II 1,89 41 loseph. FI. lud. antiq. I 64 26 Syringam M 27 ayrin M 28 sphaer. M 27 spiritum add. in mg. C 29 circulariun] fuisse putes 39 flantibus M 42 qui ferr. fabéx' fuit add. in mg. C 45 aladone C 48 natura om. M 60 adhuc M 65 decursus M dónetn seciis, et sic a Ladone detentos. Restai videre quid sensisse potueriot circa Panis ymaginem, ìq qua ego arbìtror veteres universale nature corpus tamy. ig scilicet agentium quam patientiura rerum voiuìsse describere, utputa senlientes per cornua in celum tendentia supercelestium corporum demonstrationem, quam duplici modo percipimus, arte scilicet qua discursus syderum investigantes cogno- 65 scìmus, et sensu quo eorum in nos infusiones sentimus. Per ignitam autem eius faciem ignis elementum, cui annexum aerem voluere, sumendum reor, quos sic iunetos lovem dixere nonnuili. Per barbam autem, per quam virilitas demon- stratur, virtutem actìvara horum duorum elementorum sic iunctorum inteUigi voluisse existìmo, et eorum opus in terram et aquam, delude demissam illam in 70 pectus et ad partes inferiores traxere. Eum autem maculosa pelle tectum descrip- sere, ut per illam ostenderetur octave spere mirabilis pulcbritudo crebro stellarum fulgore depicta : a qua quidem spera, sicut pallio tegitur homo, sic omnia ad naturam rerum spectantia conteguntur. Per virgam autem nature regimen intel- ligendum reor, quod omnia et potissime ratione carenila reguntur, et in deter- 75 minatum finem in suis operibus etiam deducuntur. Fistulam vero ad armoniam celestem designandam illi apposuere. Quod illi circa inferiora sii hispidum cor- pus et hyrsutum, terre superficiem montium et scopulorum gibbosam etsìlvarum virgultorum et graminum tectam intelligo. AliJ vero sensere aliter, Solem scilicet per hanc ymaginem designari, quem rerum patrem domiuumque credidere, quos ^0 inter fuit Macrobius. Et sic eius cornua volunt lune renascentis indicium, per purpuream faciem aeris mane seroque rubescentis aspectum, per prolixam barbam ipsius solis in terram usque radies descendentes, per maculosam peliem celi or- natum a solis luce derivantem, per baculum seu virgam rerum potentiam atque moderamen, per fistulam celi armoniam a motu solis cognitam etc, prout supra. §5 Credo, Rex magniflce, videas quam summotenus exponendo transeam, quod du- plici de causa facio. Primo quidem quia confido, quoniam libi nobile sit inge- nium, quo possis quantuncunque parvis datis indiciis, in quoscunque profundis- simos sensus penetrare. Secundo quia sequentibus cedendum est. Nam si omnia que ad exposìtionem huius fabule possent induci describere vellem , ipsa soia 90 fere totum excogitatum volumen occuparet. Et ut redeara ad omissa, bunc Pana, seu quod in processu eundem cum Deraogorgone arbitrarentur Arcades, ut Theodontio visum est, seu quod ilio neglecto in istum totos verterent animos, sacris etiam horrendis, utputa fiumano, imo natorum illi litantes sanguine , pre- ^ 14, cipue coluere, eumque dixere Pana a pan, quod totum latine sonai, volentes ob 9 hoc quod omnia quecumque sint in nature gre mio concludantur, et sic ipsa totum sit. luniores inde, eo quod innovata placeant, Pana Liceum vocaverunt, Aiij dempto Panis nomine Liceum tantum dixere. Et nonnulU lovem Liceum exìsti- 81 Macr. Sat, I 22,2. 70 (lum M 72 sphaerae M (et sic 73 spliaera) 74 tegimen M 76 vero om. M 84 seu virgam add. iti mg. 85 ete. om. M 87 quidem om. M 90 invi- dia forte posteritatis feeisse viderer et inter vellem et ipsa add. M 91 quod et de reliquia diotam volo add. post ooenp&Teii M ■ 5 o - 66 — mantes nature seu lovìs opere lupos a gregibus amoveri quibus ipsi fere vacabant 100 omnes, et sic a lupis fugatis cognomen meruisse videtur: Grece enioi lupus di- cilur lycos. Augustinus vero ubi de civìtate dei scribit, dicit non ob hoc conti- gisse Pana Liceum vocari, quin imo propter crebram mutationem hominum in lupos, que in Arcadia contingebat, quod nisi divina operante vlrtute fieri non posse arbitrabantur. Hinc prelerea videtur Macrobium sumpsisse Pana non lovem, 105 sed solem esse, eo quod Sol omnis mortalis vite sit pater, coque surgente consue- verint lupi dimissis insidijs adversus greges in silvas abire, et sic ob istud bene- ticium eum dixere Liceum. De Ciato, Lachesi et Atropu filiabus Demogorgonis (e. V). doto, Lacbesìs et Atropos, ut supra, ubi de Litigio, fllie fuere Demogor- gonis. Cicero autem has Parcas vocat, ubi de naturis deorum scribit, et Alias Èrebi Noctisque fuisse dicit. Verum ego ideo Theodontio potius adhaereo, qui ilias cum rerum natura creatas dicit, quod longe magia veritati videtur confórme, 5 eas scilicet nature rerum èsse coevas. Has easdem ubi supra vocat Tullius in singulari Fatum, illudqae Èrebi Noctisque lilium dicit, quod ego longe magis quam Parcas habito respectu ad id quod de Fato scribitur ut post sequetur De- mogorgonis fìlium dicam. Seneca vero has in epistulis ad Lucilium fata vocat, dato Gleantis dictum dicat dicens : «Ducunt volentem fata, nolentera trahunt». 10 Circa quod non solum eorum describìt officium , eas scilicet sorores omnia du- cere, sed etiam trahere, non aliter quam si de necessitate contingant omnia. Quod longe apertius sentire videtur in tragedijs Seneca poeta tragicus, et in ea potissime cui titulus est Edìpus, ubi dicit: «Fatis agimur , credite fatis. Non 15 «soUicite possunt cure Mutare rati stamina fusi. Quicquid patimur mortale genus « Quicquid facimus venit ex alto , Servatque sua decreta colus Lachesis dura «revoluta manu, Omnia septo tramite vadunt, Primusque dies dedit extremum. «Non illa deo vertisse licet, Que nexa suis currunt causis. It cuique ratus prece «non ulla Mobiiis ordo, multis ipsum Timuisse nocet, multi ad fatum Venere «suura dum fata timent etc. ». Hec ille. Quod etiam Ovidius sensisse videtur 20 dum in malori suo volumine dicit in persona lovis Veneri: «Tu sola insupera- ?, 146 «bile fatum, Nata, movere putas? intres licet ipsa sororum Tecta trium, cernes « illic raolimine vasto, Ex ere et solido rerum tabularla ferro, Que ncque concus- «sum celi ncque fulminis iram, Nec metuunt ullas tuta atque eterna ruinas. In- «venies illic incisa adamante perenni Fata tui generis, etc. » In quibus preter 25 iam daninatam opinionem summi potest has tres sorores esse fatum et fata, quan- 101 Aug. e. D. XVIII 17 104 Macr. Sat. 1. 1. (V) 2 Ciò. n. d. Ili 17, 44 8 Seu. ep. 107, 11 13 Senec. Oed. 1001-1016 19 Ovid. metain. XV 805-814 105 eo que et quod eo M (V) Ut. Atropo Daem. liliabus M 6 magisque q. M 8 Has om. M 9 dicat om. M 12 Seneca poeta tragicus add, inmg. C 17 cui ratus M 25 sumi M 26 fata M 28 quid add. in mg. C sentiant M 33 illud autem increm. M 18 seu sors om. M id quod] quicquid M ^ --67 — tuncunque Tullius in Parcas et fatuin dislinxerit, voiens polius , ut reor , di- versilale nomitium diversilatetn oftìciorum quam peisouarutn estendere. Nos au- tem de bis tribus redigendis postremo in unum, quid nonnulli senserint videamus. Has supra diximus servi tio Panis dedicatas a patre et causano^ demonstravimus. Fulgentius vero ubi de mithologìjs, dicit eas attributas obsequio Plutonis infe- 30 rorum dei. Credo ut sentiamus actiones istarum circa terrena tantum versari, et Pluto terra interprelatur. Et ait idem Fulgentius, Cloto interpretarievocationem, eo quod suum sit iacto cuiuscunque rei semine illud adeo in incrementum trahere, ut aptum sit in lucem emergere. Lachesis autem, ut idem dicit, inter- pretatur protractio seu sors, eo quod id quod a Cloto compositum est et in lucem 35 evocatum a Lachesi suscipiatur et protrahatur in vitam. Atropos autem ab a, quod est sine, et tropos, quod est conversio, absque conversione interpretatur, eo quod omne natum evestigio, quod in terminum sibi presignatum venisse co- gnoverit, demergat in mortem, a qua nulla retro naturali opere conversio est. Apuleius varo Medaurensis, non niediocris autoritatis pbilosophus, de bis in libro, 40 quem cosmographiara cognominat, scribìt sic: *Sed tria fata sunt numero cum « ratione terpporis facientia, si potestatem earum ad eiusdem sirailitudinem tem- «poris referas. Nam quod infuso perfectum est, praeteriti temporis habet spe- «ciem, et quod torquetur in digitis, momenti presentis indicat spacia, et quod «nondum ex colo tractum est subactumque cure digitorum, id futuri et con- 45 «sequentis seculi posteriora videtur estendere. Hec illis conditìo et nominum «eiusdem proprietatera contingit, ut sit Atropos preteriti temporis fatum, quod «non deus quidem faciet infectum, et futuri temporis, Lacbesis autem a fine co- «gnominata, quod etiam illis que futura sunt tinem suum deus dederit; Cloto « presentis temporis habet curam , ut ipsis actionibus suadeat, ne causa solers 50 «rebus omnibus desit. » Hec Apuleius. Sunt insuper qui volunt Lachesim eam /. i4c esse, quam fortunam nuncupamus, et ab ,ea omnia mortalibus coulingentia agi- tari. Nunc autem quid de fato sentiant veteres, dato non multum a precedenti- bus diiierant, videndum est. Dicit ergo de fato sic Tullius in libro quem de di- vinatione^scripsit : « Fatum id appello quod Graeci imarménidem, id est ordinem 55 «serienque causarum, cum causa causam ex se gignat, ea est ex omni eternitate «fluens veritas sempiterna. Quod cum ita sit, nìcbil est futurura, cuius non cau- «sas id ipsum efficientes natura contineat. Ex quo intelligitur ut factum sit «non id quod superstitiose, sed id quod philosophice dicìtur cau.sa eterna rerum « cur ea que praeterierint facta sunt, et que instant flant et que sequunlur fu- 60 «tura sint», Hec Cicero. Boetius autem Torquatus , vir disertissimus atque catholicus, ubi de philosophica consoJatione scripsit, cum diffuse de hac materia cura philosophia magistra rerum altercetur, dicit inter alia de fato sic : « Om- «nium generatio rerum cunctusque mutabilium naturarum progressus, et quic- «quid aliquo movetur modo, causas, ordinem, formas ex divine mentis stabili- 65 26 Gic. n. d., 1. 1. 30 Fulgeut. uiythol. I 8 p. 21 Helm 41 Aiìii). ùe> niunilo, 38 54 Cic. de divin. I 55, 125 63 Boeth. eous. phil. IV 6, 21 s. Peip. 39 naturali ///opere C 49 sui M 50 cura AJ 55 stuapjiévrjv correx. M «tate sortitur*. hec in sue sìmplicitatis arce composita, multiplicem rebus ge- *rendi8 modum statuit. Qui modus cum ipsa divine intelligentie puntate con- «spicitur, providentia nominatur, Cum vero ad ea quae movet atqiie disponif «refertur, fatum a veteribus appellatum est.» Hec ìlle. Poteram et apponere 70 quid Apuieius de fato In cosmographia determinet, et aliorum sententias, sed quoniam satis dictum reor, cut Demogorgonis aut Èrebi Noctisque Parcae seu fatum vel fata dicantur filie, breviter describam. Cum sepe eventurum sit in se- quentibus, et iara in precedentibus contigerit , quod causatus causantis dicatur fìlius, possùmus ad presens dicere has tres sorores varìjs nuhcupatas nominibus 75 dei filias tanquam ab eo causatas, qui prima causarum est, ut satis per verba proxima Giceronis atque Torquati videri potest. Hunc deum, ut dictura est, ve- teres Demogorgonem dixere. Quod autem ex Èrebo et Nocte, utdicit Tullius, nate sint, talis ratio reddi potest. Est Erebus, ut apparebit latius in sequentibus, terre profundissimus et absconditus locus , quem aliegorice possùmus accipere prò 80 profundìtate divine mentis, in qua mortalis oculus penetrare non potest, et cum divina mens videns tanquam se ipsam, intelligens quid actura esset, et inde has actu cura natura rerum produceret satis ex Èrebo , id est ex arcano et profun- dissimo divine mentis penetrali, natas dicere possùmus. Noctis autem filie dici possunt quantum ad nos, quia omnia in que acies oculorum nostrorum penetrare 85 non potest, obscura dicimus et noctis luce carentia similia, et sic cum ad intrin- /. i4d seca divine mentis inlellectu transire nequeamus, mortali offuscati caligine, cum in seipsa splendidissima sit, et vive atque indèflcientis lucis corusca, vitium illi nostre hebetudiuis nominando atribuimus noctem perennem diem nuncupantes, et sic noctis erunt filie ; seu volumus dicere, quia nobis incognite sunt disposi- 90 tiones earum, eas obscuras et noctis filias vocitamus. De nominibus pròprìjs predictum est, de appellativis dicendum. Vocat igitur has Tullius Parcas, ut ar bitror per antiphrasim, quia nemini parcant : nulla enira apud eas est acceptio personarura, solus deus potest peryertere earum vires et ordinem. Fatum autem aut fata a for, faris tractum nomen est, quasi velint, qui id imposuere nomen, 95 quod ab eis agitur a deo quasi irrevocabile dictum sit seu previsum, ut per verba Boetij satis assumitur, ut etiam sentire videtur Augustinus , ubi de civitate dei. Sed abhorret ipse vocabulum admonens, ut si quisquam voluntatem dei seu po- testatem nomine fati appellet, sententiam teneat, linguam coerceat. J)e Polo sexto Demogorgonis iilio (e. VI) Dicunt insuper Polum Demogorgonis fuisse fìlium, et hoc in Prothocosmo asserere Pronapidem talem ex hoc fabulam recitantem : quod dum secus undas in sede sua consisteret Demogorgon, et ex exìli lìmo sperulam composuisset, eara nuncupavit Polum. Qui spretis parvis cavemis et inertia, evolavit in altura, 5 et eo quod adhuc mollis esset, in tara grande corpus evolans conflatus est, ut 78 Cic, n. d. ITI 17, 44 91 Cic. n. d,, 1. 1. 96 Aug. o. d. V 9,21 Hoffm. 71 aut Èrebi Noctiaque post. add. C 72 fatum seu fata M 76 Daemog. veteres 85 dum M 88 habitud. M (VI) 3 sphaeruJam M — 69 — omnia que a patre fueratit ante composila circundaret. Verum nondum sibi aliquis erat ornatus, cum fabricanli patri lucis globura assistens, videretque igni- tas plurimum ad ictum mallei fabrilis bine inde favillulas evolare , oranes sinu facto collegit, et in donsum suam detulil, eamque ex illis ornavit oranem. Ha- berem, rex inclyte, quid riderem, videns compositi orbis tam ineptum ordinem, |o sed ante testatus sum nil velie mordere. Sequitur enira ut in ceteris Pronapides opinionem volentium ex terra a mente divina terris inclusa fuisse producta, dura Polum, quemego celura intelligo, ex terra ext^isibili factum ait, et in maximum ac circumplectens omnia Corpus eductura. Quod autem ex favillulis ex luce pro- deuntibus domum ornaverit suam, hoc ideo dictum reor, quia solis micantibus 15 radijs stelle in celo composite natura sua luce carentes lucide facte sint. Polus autem dicitur, ut arbitror, a quibusdam potioribus suis partibus. Constat enim, ut venerabilis Andalo praeceptor meno et veteres astrologie auctores asserunt, celùm omne super duos polos circumflecti, quorum alterura nobis propinquiorem y. 156 articum vocaut, oppositum autem antarticum ; hunc tamen aliqui Pollucem vo- 20 cant, causam ego non video. De Phythone septimo Demogorgonis filio (e. vii) Phython Pronapldis testimonio Demogorgonis fllius fuit et Terre, ex na- tivitate cuius talem ipse recitat fabulam. Dicit enim Demogórgonem continue caliginis affectum tedio, Acroceraunos conscendisse montes et ex eis ingentem nimium et ignitam evulsisse molem , eamque primo rotundasse forcipibus, de- inde in Caucaso monte malleo solidasse ; post hec ultra Taprobanem detulisse, 5 et globum illum lucidum sexies undis mersisse, totidemque circum rotasse per auras, et hoc ideo ne ulla uaquam posset circumitione diminuì, aut evi labefac- tari rubigine, et ut agilis ferretur undique. Qui confestim se toUens in altum, domum ìntravit poli, patrisque sedem omnem complevit fulgore. Ex immersio- nibus autem eius, aque ante dulces araaritudinem sumpsere salsedinis, et aer ^q ad percipiendos lucis radios ex rotationibus aptus effectus est. Orpheus vero, qui fere poetarum omnium vetustissimus fuit, ut Lactantius in libro divinarum in- stltutionum scribit, opinatus est Phythonem hunc primum maximum et verum deum esse, et ab ipso cuncta fuisse producta atque creata. Quod forsan hoc in opere locum illi primum quesisset, tanto asserente teste, ni ipsemet Orpheus, 15 minus advertens reor, seu quia nequiret animo concipere quenquam fuisse inge- nitum, scripsisset prothogonos phylon perimetheos neros iyos. Quod in latinura versum sonat: « Principio genitus phyton, longo aere natus. » Et sic non primus, ut dìxerat, si agre genitus est. Hunc praeterea Lactantius, ubi supra, Pbaneta (VII) 12 Laetaut, div. iust. 1 5, 4 8 favillas M 11 nuUutn M 14 luvillis M 16 s. Polus auteui — partibus om. M (VII) 2 ipse taleiB M 3 Aorooeraunios M 4 primum M 7 haec M cirouitione M 11 faotus est M 17 rcpwxoyóvo^ (^aé^B-cov uspifjn^xsog Tjspo^ nlóg graeca repos, M — TO- SO vocat. Sed iam sumplus expetìt ordo ut videamus quid contegat flctìo, quod explicato sensu nominum fere apparebit liquido. Ugutio in libro yooabulorura dicit Phythonem Solem esse, et boc illi quesitum nomen a Phythone serpente, ab eodem superato. Sic et l:*aulus in libro, quem colleclionnm intitulat, dicit phanos seu phanet idem esse quod apparitio. Sic enim Pbythonein hunc Lac- 25 tantius vocat, quod quidem nomen Soli optime competit: ipse enim est qui sur- gens apparet, eo autem cessante nulla erit ceterarum creaturarum apparitio mor- talìum, seu etiam syderum. Ergo solis creationem vult ostendere Pronapides, circa quam ut eorum sequatur opinionem, qui ex terra omnia volunt condita, inducit deum, seu terre divinam mentem, ex Acroceraunis montibus sumpsisse 30 materiam, ratus ignitam terram ad componendum lucidum corpus aptiorem. Quod /• l»** autem hanc raolem forcipibus rotundasset, intelligo divinam artem, qua a deo solis globus adeo spericus factus est, ut nulla superQuitate eius superficies gib- bosa sit. Equo modo et malleus dici potest summi artitìcis intentura, quo in Caucaso monte, id est in celi summitate adeo corpus illud solidum firmavit , ut ^^ nulla ex parte dissolvi aut minui videatur. Inde dicit eum delatum ultra Tapro- banem, ut ostendat ubi creatum opinetur. Est enim Taprobane orieutalis insula hostio Gangis fluminis opposita, qua ex parte nobìs in equi noeti js sol oritur, et sic in oriente compositum videtur velie. Mersum tamen ibi sexies: undis dicit imitatus fabriles actus qui ad durandum ferrum illud fervidum aquisimmergunt ^0 et in hoc arbitror Pronapidem voluisse perfectionem et eternitatem corporis huius designasse. Est quidem sex perfectus numerus se ex suis partibus omnibus conflciens, ex quo vult intelligamus et artiBcis et artificiati perfectionem. Quod autem sexies rotatum sit, puto per numerum perfeclum rationis voluerit eius circularem et indeficientera motum describere , a quo nunquam exorbìtasse aut 45 destitisse compertum est. Quod ob ingentis et igniti corporis demersionem aque primo dulces amare facte sunt, non ob aliud dictum puto, nisi ut ostendatur quod ob continuam radiorura solis ferventium percussionem aquarum maris aque saperficietenus salse facte sint, ut approbant physici. a) Be Nocte prima Terre fllia (e. ix). Ex incerto patre dicit Paulus Noclem Terre fuìsse fi.liam , de qua talem f I5d Pronapides in Prothocosmo fabulam scribit, eam scilicet a Phanete pastore di- lectam, cui petenti cum raater veliet copulare connubio, dixit se iguotum habere hominem, nec unquam vidisse: audisse tamen illum suis adversum moribus, et 5 ideo mori malie quam illi nubere. Qiiamobrem indignans Phanetes! ex amatore hostis factus, dum illani occisurus sequeretur, illa se copulavit Èrebo, non ausa ubi Phaneles esset apparere. Dicit insuper Theodontìus huic a Jove concessam quadrigam, eo quod illi fautrix fuisset, dum ante luceni accederet adAlcmenam. 24 seu Fljaueta M 20 eò- enim M 12 mortai, apparitio M 28 oonsequatur M 33 ae(iuo M inventum M 34 solidatiim M 38 vifletur oomposit.ùm tamen] enim M 39 illud orni. M 41 equidem M a) 1 Pronapides talem M — 71 — Hanc insuper, quantuncuraque fusca sit, pietà ornaverunt clamide. Et in eius laudera et ut eius prò parte demonstrai^et effectus, Statius iios in Thebaide ceci- io nit versus: « Nox que terrarum celique complexa labores Ignea multivago trans- « mittis sydera lapsu , Indulgens reparare animum , dum proximus egris Infun- «dat Titan agiles animantibus orlus etc. ». 6) De Tartaro m* Terrae ftlio (c. xi). Tarlarum asserit Thieodontius absque patre Terre fuisse tilium. Hunc /. 16^ Barlaam dicit ìnertem atque torpentera matris adhuc in utero iacere eo quod invocata Lucina favere partuì noluisset, ob id quod Famam in deorum ignomi- /. l?» niam peperisset. e) De Antheo quinto Terrae filio (e. xiiij. Adversus hunc dicit Theodontius Dyonisium Ttiebeum qui ob insignem /. 17" eius virtutem Hercules appellatus fuit, bellum habuisse, et qui cum advertisset eum sepius in Mauritania prostratum et evestigìo exercitus restaurantem, ficta fuga eum ad se persequendum in Libiam usque traxit; ibi eum vero superavit 5 et occidit. Leontius vero dicebat hunc Herculem fuisse Nyli filiura, quem ego unum et idem cum superiori puto. d) De Èrebo ix. Demogorgonis filio (e. xiui). Expeditis Terre fìlijs ad Erebuci stilus réducendus est, qui, ut Paulus ait a Crisippo traditum, filius fuit Demogorgonis et Terre. Hunc ego arbitror unum et idem cum Tartaro .. e) De Die Èrebi filia (e. xxxxiiii). Dies Èrebi Noctisque fuit filia, sic ubi de naturis deorum scribente Tullio. /. 216 Hanc dicit Theodontius Etheri fratri suo coniugio copulatam Quod Èrebi tìlia sit et Noctis, talis ratio redditur a quibusdam. Erebum enim a parte totum sumon- tes, prò universo terre corpore sumi voluere , ex extremo cuius , quod orizonta 5 vocant Greci, non est dubium adventù solis, cedente nocte, diem consurgere, et eam Erebum ex Nocte produxisse. Eam autem Etheri coniunctara conubio ideo dicunt, quia Etherem intelligunt ignem, qui claritate carere non potest, et ob id cum dies clara sit, nil aliud volunt quam claritudinem igni coniunctam ostendere. a] 10 Stat. Theb. I 498-501 e) 2 Uic. n. d. Ili 17, 44 b) 4 Phamam M e) 8 qui om, M LIBER SEGUNDUS a) De Ethere (e. i). /. 22c HuDc rerum omuìura causaiii credidere quidam, ul supra dìctiim est, et eum similiter Deraogorgonis filium fìclione sua Pronapides ostendit, dum dixit Chaos ignita exalasse suspiria. b) De love primo Etkeris filio .. (e li). f. 22d lovem primum dicit Theodontius fuisse tìlium Etheris et Diei. De quo qui- dem love quantuncumque preclaro sit insignitus nomine, legisse nichil , audisse tamen perpauca esto laudabilia memini. Referebat enim Leontius, grecus tiomo 5 et talium habundantissimus, hunc aute quesitura maius nomen Lysaniara nun- cupatum, hominem Arcadem et profecto nobilem, et ex Arcadia Athenas ivisse, et cum esset ìngentis ingeuij vidissetque rudi in seculo, rudi et fere bestiali ritu vivenles Atticos, ante omnia composìtis legibus, illos publico instiluto vivere docuit.... o) De Mercurio secundo Liberi et Proserpine filio (e. xii). Mercurius alter a superiore Liberi et Proserpine fuit fllius, ut Theodon- f 25» ti'JS dicit et Corvilius. De quo talis a Theodontio recitalur fabula, quod cum vidente nemine, praeler Bathum quendam , Apollinis vaccas furatus fuisset, Ba- - tho ut hec nemini revelaret, unam concessit ex vaccis. Deraum in faciem alteram transformatus experturus Bathi fidem ad eum redijt, promisitque ei taurum si sub- latas sibi vaccas ostenderet. Bathus autem omnia que viderat revelavlt. Quam- obrem turbatus Mercurius, eum mutavit in saxum, quod indicem vocavere prio- res, nos autem paragonem vulgo dicimus. A) De Oupidine primo secundi Mercurij filio (e, xiii). f25c Cupido primus , ut ait cum Tullio Theodontius, secundi Mercurii et Dya- ne prime fuit fllius , quem aiunt fuisse pinnatum. Circa quod duo potuere cen- sisse fingentes, primum circa nomen, eo quod speciosissimus fuerit puer, instar 5 Cupidinis Blij Veneris, quem puerum et pulcherrimum scraper pìnxere pictorea, quasi alter Cupido dictus est. Pinnatum autem ob id cognominatum reor, quia velocissimus cursu fuerit adolescens. e) 3 Corvil. ap. Lact. Plac. art Stat. Th. IV 582, cC Ovid. met. II 688 ss. d) 2 Cic. n. d. Ili 23, CO. e) 4 Battuni rectiua M furatus /// fuisset C 6 ei om. M — 72 — - 73 - e) De Belo prisco BpapM filio qui genuit Bànaum, Egyptum et Agenorem 0. xxi). Belus, quem Priscum cognortiinaot veteres, Epaphi secundum Paulura fuit /. 26» ftlius, et post eum in superiori Egypto regnavit, ubi, ut aiunt, celestis discipline inventor doctorque factus, meruit ab Egyptijs, ut idem Paulus asserii, templum 5 quod illi in Babilonia fuit constrilctum et lovi Belo consecratum. Theodontius vero dicit templum hoc post Belum factum Gretensis lovis astutia, qui captatis cura principibus amici tijs, quasi ad eas conservandas tempia in regnis eorum edificati et suo et amici titulo insigniti plura fecit, qua astutia summe nomen eius et deitas ampliata est. f) De Dane filia Acrisii (e. xxxiii). ... Dicit tamen Theodontius quod, cum Danes amaretur a love, et se ob /. 27& timorem patrls sciret perpetuo damnatam parcerì, ut posset evadere et fugam arri pere occulte cum love auro concubitum raercata est, et parata navi et cum his quas potuit deferte divitijs, fugam arripuit pregnans ex love, g) De lasio Abantis Jilio, qui genuit Athlantam , Amphyonem, et Thalaoneni )c. xxxiiu). Fuit, ut Theodontìo placet, lasius iste Abantis filius. De quo nisi quod sepissime inter Argivos reges numeratus est , et quod quosdam habuerit fllios, nil legì. h) De Athlanta filia lasii et maire Parthenopei (e, xxxv). Alhlanla, ut dicit Lactantius et Theodontius, iunior fuit fìliorum lasii. Que cum speciosa virgo ex socijs esset Dyane, ad aprum Calydonium perimendum una cum celerà Achaje nobilitate iuvenum a Meleagto vocata venit, et in véna- tione prima aprum sagitta percussit, et ita ob suam forraositatem a Meleagro di- 5 ecta, occisa belua, ab ea eiusdem honotari capite metuit, ex quo eius in amici- iam venit et amplexus Ipsius passa ei Patthenopeum pepetìt. i) De Euri/dice Thala»nis filia et AmpMarai coniuge (e. xxxix). Eutydice, ut asserii Theodontius, fuit tìlia Thalaonis et Amphyatao vati / 27c iuncta coniugio, cui peperit Amphylochum et Almeonem. Cumque Adtastus Pol- linìcis generis sui causa adversus Elhyoclem et Thebanossumpsisset bellum bel- h) 2 of. Lact. Plac. ad Stat. Th. II 481 e) 9 prius et om. M plura — astutia in mg. ead. man. M f) 1-2 Danae M g) \ Atalantam [ei sic posi.) M — 74 — 5 lumque pararet, vidissetque Amphyaraus oraculi responso se non rediturum si iret in bellura , latibulum petijt uxorique sue tantum suas patefecit latebras. Qui cum ab Adrasto alìjaque quereretur, nec comperiretur usquam , conligit ut videret Eurydices Argia coniugi Pollinicis monile quondam a Vulcano denatura Hermioni coniugi Cadmi illudque desideraret, diceretque Argie, si monile iliud 10 illi concederei, se ostensuram Amphyaraura. Et sic factum est, quamobrem in bellum vadens Amphyaraus a terra absorptus est. Eurydices autem postea ab .Simeone Alio, cui vadens Araphyai'aus vindictam sue mortis iniunxerat, occisa est. j) De Flegeo fiUn Thalaonis (e. xl). FlegeuB, ut dicit Theodontius , tìlius fuit Thalaonis et iuvenis moriens nil memoratu dignum reliquit. l) De Agenore iti. Beli Prisci filio qui genuit vii fiUos, quorum i. Taygeta,ii. Polydorus, Hi. Gilix, iiii. Phenix, v. Europa, sextus Gadmus, vii. Labda- CUS (e. XLIlll). /. 27 gaudio M 23 proereatur M — 78 — - 79 - e) De Victoria Ulj"' Acherontis fìlia (e. x). /• 84'' ...Hanc Claudianus, ubi de laudibus Styliconis, sic describit : « Ipsa duci sacras « Victoria panderetalas... » Theodontius vero fere concors Ciaudiano in descrip- tione eam insuper ornat Iriumphaiibus ornamentis. Verum Paulus discrepat, eam- que dicit letam, sed rubigine atque pulverulento squaiore obsitara, armis indù- 5 tam et cruentis manibus nunc captivos, nunc spoiia recensentem et ornamenta que Theodontius buie apponebat tìlio eius, quem Honorem dicunt, exhibet om- /. 34" nia... Habitus Victorie a Paulo designatus aptior videtur quam is qui a Theo- dontio scribitur : non enìm extemplo Victor ornamentis ornatur, non victorie, sed ob victoriam ei postea exhibentur. 10 1^) De Honore Victorie fdio (e. xi). Honorem Theodontius et Paulusfllium dicunt fuisse Victorie, ex quo patre non dicunt. Hunc tamen arbitror ideo Victorie dictum flliuni, quia ex Victoria quesita consequatur honor , qui quidem ìi} presentia suscipientls exhibebatur, cura laudes in absentia prestarentur. 5 e) De Flegetonte fluvio infernali (e. xvi). /. SS^ Fiegeton et hic inferni fluvius est et secundum Theodontium Gocyti fìlius, ob id ut existimo dictum quia ex diuturno luctu quis facile veniat in furorem, quod quidem, ut nonnuUis placet, natura contingit. f) De Vulcano primo Oeli fiUo quarto (e. xvm). Vulcanus primus, teste Tullio ubi de naturis deorum, Celo natus est, de quo nìhil aliud. reperitur, nisi quia ex Minerva secundi lovis tìlia, ut dicit Theo- dontius, Apollinem genuerit primum. Credo ego hunc igneum et itiexausti vi- goria hominem fuisse et Saturni fratrem. 5 g) De Apolline primi Viilcani filio (e. xix). Apollo, ut Ciceroni placet et Theodontio, fllius fuit primi Vulcani atque Minerve, et ut ipsemet TuUius asserit ubi de naturis deorum, hic omnium A- poUinum fuit antiquior. Hunc dicit Theodontius fuisse medicine artis repertorem et primum virìum herbarum cognitorem. 5 e) 2 Claudian. de oousul. Stil. Ili 204. /) 2 Ciò. n. d. Ili 22,55 g) 2 Ciò. n. d. Ili 23,57 e) 3 extimo M :^ ^Ù — II) De Mervnrio quinto Geli /dio (e. xx). /. 35" Mercurìus qui terlius est, ut ail Tulliue de mituris deorum, Celo palre et Die matre naliis est, obscenius tameii excilala natura , eo quod aapectu Proser- pine motus sit. Huic ornamenta que ceteris apponuntur. Dicit tamen Theodon- ò tius Egyptios virge iiuius circuinvolviase serpeutem, quod testatur Valerius Mar- tialis epygramatum libro vij dicens « Cillenes celique decus facunde minister, Au- «rea cui tosto virga dracone viret». /. S6« i) De Eermafrodito Mercurii et Veneris Jilio (e. xxi). Herraafroditum dicit Theodontius ex Venere filium fuisse Mercurij , quod eliam lestatur Ovidius dicens: «Mercurio puerum etdivaCylheride natum etc. ». ^. 86b ./) De Venere magna sexta Celi jilia (e. xxii). V^enus magna, ut ubi de naturis deorum scribit Cicero, Celi fuit Alia et Dlei... /. 36« Post hoc etiam dicit Theodontius eam in domum Martis Furias hospitio su- /. 370 scepisse, seque eis farailiaritate iunxisse... Lascivientibus in campis Venere et 5 Cupidine in contentionem devenere, quisnam scilicet ex eis plures sibi coUìgeret flores, vjdebaturque alarum suffragio plures Cupidinem collecturum. Quamobrem vidit Cupido Peristeram nynpham in adiutorium Veneris surrexisse : qua indi- gnatus causa, eam in columbam transformavit ìUic, Venus autem transformatam in tutelam confestim assumpsit, et inde subsecutum est columbas semper Veneri 10 attributas. Huic autem fabule sensus talis prestari videtur. Dicit enim Theo- dontius Peristeram apud Corinthios origine insiguem fuisse puellam, et longe magis notissimara meretricem, et ideo hic Venus agens dici potest in Peristeram patientem ; agentis autem impressio in patientem amor est, cuius agitata stimu- lis virgo adhesit Veneri, id est coitui, qui fere fìnalis est agentis intenti©, si for- san ob id vinci posset infestans cupido. Verum cum talis appetitus actu potius 15 accendatur quam extìoguatur, eo devenit ut non esset unius amantis contenta solatio sed more columbe, cuius moris est sepissime novos experiri amores, in piurium devenit amplexus : quam ob causam ab ipso Cupidine, id est luxurie stimulo, in columbam versam voluere poete. Peristera vero grece, latine columba 20 sonat. Que quidcm columbe eo Veneri in tutelam date sunt, quia aves sunt coi- f.Zla tus plurimi et fere fetationis continue, ut per eas crebro coeuntes Veneri obse- quentes intelligantur. h) 2 Ole. n. d. Ili 22,56 5 Martial. Ep. VII 74,1 i) 2 Ovid. inet. IV 288 ;•) 2 Cic. n. d. III 23,59 4 cf. Myth. Vat. I 175, II 33 h) 5 quod testa tur... viret add. in mg. C j) 3 liaec M domo M 5 in om M 8 ilioo M 13 ageutis est fìnalis M 14 vero M LIBER QUARTUS. a) 1)6 Tytano Celi filio ootavo, qui gemiit fiUos multos... (e. i). /. 39& De Celo EtherÌB et Dieì filio satis in precedenti volumine dictum est, verum cum eius explicetur proies, aiunt Tytanum eius et Veste fuisse fllium theologì veteres, ut in libro div. inst. testatur Lactantius; cuius fuisse coniugem Terram Demogorgonis filiam Theodontius asserit, ex qua plures suscepisse fllios... 5 b) JDe Yperione primo Tytanis filio (e. ix). /. SS** Yperìonem Tytanis et Terre fuisse lìlium Ttieodontius et Paulus voluere. De quo nil aliud credo legi, nisi quia Solem genuerit et Lunam. e) De Morie filiahm Bolis et Oronis (e. in). /, 40<* Horas Solis et Cronis dicit Theodontius fuisse Alias, et ab eo denoraina- tas eo quod Horus ipse ab Egyptijs appelletur. d) De JEonis fiUabus Solis (e. iv). Eonas dicit Theodontius plures esse sorores Solis et Cronis Alias, corpo- ribus ingentes, et sub lovis coUocatas pedibus. De bis ego nunquam alibi legisse memini, nisi forsan has velit intelligi secula, cum eon grece latine seculum in- terpretetur. 5 e) De Dirce Solis v. fiUa et Lyci regis coniuge (e. vii). /. Ho ...Anthyopam a love tempore partus liberatam a carcere dicit Theodontius ideo fictum, quia cum videretur Dyrci ob tumidum Anthyope uterum satis sui adulterij testimonium apparere , et ob id eam viro arbitraretur odiosam , merito ultro eam reliquit. Dyrcem autem mutatam in fontem satis comprehendì potest 5 tam ob perditum regnum quam ob supplicij illatì poenam, eam in multas solutam lacrimas. Fuisse autem Solis filiam ideo dictum, quia aut sic de facto fuit, eam alicuius insignis viri sic nominati fuisse filiam, aut ob insignem eius pulchrìtu- dinem Solis filiam vocitatam. a) 4 Laot. d. ì. I 14,2 d) 1 Aeonibus M {sic deinde Aeonas, Aeon) - 81 - • — 82 — .i^') 7>tì Milolo Solh ri. filìo (e. vin). Miletus, ut teatalur Ovìdius, Solìs fiiit tìlius, Theodontius tiutpm dicit islum Solis Rhodij i\lìum et Pasyphis fuisse fralrem. Hunc tameii in Mynoem seneui volenttìni insurgere bello perleri-uit luppiter , quani ob causam in Lesbon 5 abijt, et ibi civitatem quaiu Militenein ex suo nomine dixit , construxit , verum postea immutatis litteris ex Militene Mitilena dieta est. Post hee cum Cyane nym- pha Meandri Uuminis filia se immiscuit et ex ea suscepit fìiios duos, Caunum se. et Biblideni. f. 4ld (f) De Pasi/phe Solis filia et Minois coniuge (e. x). Pasyphes Solis fuit tilìa, ut Senece poeto tragedia... Theodontius autem dicit non fuisse filiam Solis Yperionis, sed Rhodij. f\42s '0 De Oeta Coìcliormn rege, qui genuit Medeam (e. xi). Dicit Theodontius hunc Oetam non fuisse filium Solis yperionis, sed eius qui apud Colcos maximus fuit et regnavil ibidem, /. 42c *) De Girce filia Solis (e. xiiii). ...Theodontius, harum rerum soiertissimusiudagator, dicit hanc Solis Ype- rionis filiam non fuisse, sed eius qui apud Colcos regnasse creditur, sed ideo huius eredita, quia, ut dicit Servìus, formosissima fuit mulieret meretrix famosa^ 5 quod contigisse fingunt ob Veneris odium in prolem Solìs. j) De Angitia Solis filia [e. xv). Augitiam seu Angerouiam Theodontius dicit Cyrcis fuisse sororem et Solis filiam et haud longe ab ea in agro Campano moratam, sed melioribus artibus operatam. f 43b • l) De Bryareo Tytanis filio (e. xvin). Bryareus ab omnibus creditus est Tytanis et Terre fllius... Homerus perfunc- /. 43d torie tangit fabulam, quam Theodontius paulo latius refert dicens quod com- moti dij, adversus lovem luno scilicet, et Neptunnus una cum Pallade et aliqui- /) 2 Ovid. met. IX 443 ss., cf. Mytli. Vat. I 204 g) 2 Sen. Pliaedr. 129 i) 4 Serv. ad Verg. Aen. VII 19 j) 2 Angitia : Serv. ad Verg. Aen. VII 750, Plao. ap. Mai ci. auct. Ili 136 — Solin. 8,28 et £9;— Angeronia : Plin. n. h. Ili 85, Geli. XVI 11, Macr. Sat. I 10,7) l) 2 cf. Myth, Vat. II 53 Hoin. II. I 401 ss, e) 3 Diroae M 7 si de facto M /) 2 Pasiphaes M g) 1 Pasiphae {et sic post.) M h) 1 Aeeta M j) 2 Circes M — 83 — bus aliJB in domo Nerei patrie Thetidis, deliberaveruntcatenam facere, et dormienti 5 lovì inicereetinvicem traiientes omnes eum e celo eicere, quod Thetis lovi retulit, et oh id ipse in favorem suum in celum Bryareum evocavit. Quem cum vidissent coniurati, eo quod fortissimus extimaretur, confestim a ceptis desti tere , et sic tutatus est luppiter. Ex quibus patet Briareum amicum t'uisse lovis. liuius au- tem fabule volens Leontius aperire sensum, aiebat ante resolutionem Chaos in- 10 feriora elementa cum superis discordare, et humoris opera inisse concordiani, et alia quedam plura ridenda potius quam scribenda. Theodontius autem dicit sub hac fabula tenui velo hystoriam tegi. Dicit enim lovem post victoriam ex Tytanis atque Gigantibus habitam adeo elatum, ut importabilis efficeretur amicis, quam ob causam luno coniux eius et Neptunnus frater clam apud insulam Ne- 15 rithos convocatis quibusdam ex amicis inivere consilium, ut eum nil tale timen- tem e regno pellerent. Quod cum illi revelatum esset a nauta conscio, Bryareum ex Tytanis superstitem unum et potentissimum adhuc hominem, seu potius Bria- rei Tytanis fìlium eodem nomine nuncupatum evocavit et cum eoinito societatis federe coniuratos exterruit, adeo ut in eum nil penitus auderent. Dictus est enim 20 Bryareus centumgeminus, quia multis preesset hominibus, et ponitur finitum prò infinito, Apud inferos autem, non in civitate Ditis detrusus est, ut reliqui sunt, qui adhuc in adiutorium servaretur superum, ut intelligamus non esse aliquos quamtuncunque perversos, quin ad meliorem vitam serventur a deo, cum ab eo- dem eorum futura conversio cognoscatur. 25 '»* m) De Asterie filia Gei et matre Hercidis (e. xxi). /. 44c Asterie Alia fuit Gei Tytanis, ut Theo don ti o placet. Hec autem, ut ait Fulgentius, post viciatam Latonam a love dilecta est, a quo verso in aquilam et oppressa fuit, eique eo ex concubitu Herculem peperit... Huius fabulae talis po- test esse ratio. Dicit Theodontius, superato atque occiso a love Geo, qui ob 5 vitiatam Latonam adversus eum arma moverai, eum in Geam venisse insulam, et ibidem Asteriem virginem Gei filiam oppressisse, tandem ea adversus eum sentien- te, primo volucri fuga in Ortigiam abiisse, inde vero in Golcos transfretasse, Solique ibi regnanti nupsisse eique peperisse Oetam, a quo postmodum occisa est, seu, 10 ut Barlaam dicit, in partu Oete defecit. Ex quibus fictum ideo est lovem aquilam secum concubuisse, quia aquila lovts erat signum, dura esset in armis, et quia bello Geam cepisset, fictum est eum in aquilam versum cum Asterie concubuisse. n) De Typhone seu Typheo quarto Titanis /ilio, qui genuit JSon et Chimeram f. éid (e. xxn). Typhon seu Typhoeus Theodontio asserente Tytanis fuit filius ex Terra, esto dicat Lactantius eum ex Tartaro genitura et Terra. . Nunc abscondita corti- cìbus evisceranda sunt. Typheum igitur istum Tytanis ob elatum eius spiritum m) 2 of. Ovid. raet. VI 108, Hygin. fab. 53, Lact. Plac. ad St. Th. IV 796 (ap. Fulg. deest) 8 aestim. M 12 plura om. M 15 Neriton M 22 post non lac. C m) 10 Aeetam {et sic post.) M 11 ideo om. M — 84 — 5 filiuDi dixere, et Terre ob polentiam, cuna dicat Theodontius eum antìquìssi- mum Gylicie fuisse regem et Osyrim fratrem superasse bello atque discerpsisse membratim, et bellum adversus primum lovem movisse, sed ab eo superatum atque occisum. f, 45fc o) De Encelado Titanis v.o filìo (e. xxv). ...Fuit hic homo ingcntis potentìe et immanis, ut Theodontius asserit Huuc fulmine ictum Ethneque suppositum dicit Virgilìus sic : «Fama est Ence- ladi semustum fulmine corpus Urgeri mole hac... ». p) De igeane Tytanis vij" /ilio (e. xxvi). Egeon, si antiquitati credimus, Terre fuit filius et Tytanis ea ratione qua celeri... Superaddens Theodontius ab hoc, non ab Ege ìnsula, Egeum deno- minatum mare, eo quod evo suo nemo in eo mari, nisi quantum buie placuisset 5 aliquid audebat. f 45e Nynphe generale nomen est quaruncunque humiditatum, quod ideo dico quia humiditates secundum diversitatem rerum quibus deserviunt nomina diversa ac- cipiunt... Sic etiam et alie hymnides appellantur, ut placet Th e odontio , quas dixit pratorum atque florum nynphas existere. 5 d) 2 of. Hyg. fab. praef., Serv. ad Verg. Aen. Ili 73 s. e) 2 cf. Sen. ad Verg. 6e. IV 387 88. f) 2 of. Ovid. met. VI 120 g) 4 of. schei. ApoU. Rh. IV 1412 (Xi{ivaìai) e) 9 transaotorum M 11 arbitrantur M g) 4 sunt etiam M — 96 — /. 78 h) De Oalaihea Nerei filia (e. xvu). Galathea ex nynphis una Nerei filia fuit... Theodontius auteiri dicit sub hac flctione hystoriam latitare, asserena Polyphemum ìramanem fuisse Sycilie tyrampnum, et cum Galatheam singularis pulchritudinis puellam aroaret eamque 5 per vim obstuprasset, contigit ut adverteret hanc cum Acì Syculo adolescente mi- scerì, quam ob causam ìndignatus iuvenem iussit cecidi et in Huvium deici, cuius nomen fluvio postea datum ab incolis est, Galathee autem amore non permictente nil egit. j, 78c i) De Acheloo fiumine Oceani xi. /ìlio, qui genuit Syrenas (e. xix). Achelous fluvius, ut dicit Paulus, iìlius fuit Oceani et Terre. Servius vero di- cit eius matrem esse Thetidem, Theodontius eum Solis et Terre filiam vo- cat... Quod autem dicebat Theodontius ratione non caret. Volunt enim physici a 5 tractu solis nonnuUas aquas in terre cavernas deduci per humiditatem vapo- rum solis. calorem sequentium, qui in fri gidis terre visceribus evaporantes in aquam vertuntur, que per occultos meatus in superficiem veniens, erumpit in fontem et quandoque fluvium conficit. f^ 79d. j) De Ione Inachi filia et maire HpapM (e. xxii). ...Theodontius vero et Leontius apertissime negant hanc lonem in Egyp- tum transfretasse, aut unquam Isidis habuisse nomen, quin imo dicit alter eorum eam apud lonas regnasse, eosque de suo nomine nuncupasse. Quìbus etsi multum 5 Ovidij obstet auctoritas, multum tamen Mei affert convenientia temporum. f 8i« l) De Mercule Nelei filio (e. xxxiij. Hercules a superìorìbus alijs, ut placet Tullio, Nyli fuit filius. Hunc autem literas Frygijs conscripsisse, eumque dicit Theodontius, qui cum Antheo luctam egit, quem arbitror illustrem aliquem fuisse virum Nyli accolam et inde 5 ideo illi fllium atributum. , g^^ m) De Mercurio quarto Nyli filio, qui genuit Mercitrium quintum et Daph-, nim (e. xxxiiii). Mercurius a superioribus quartus Nyli fuit fllius, ut legitur apud Tullium de naturis deorum. Hunc dicit Theodontius Hermetem Trismegistum fuisse, pium quidem hominem et plurimis imbutum doctrinis et tanquam gentilis homo 5 de vero Deo mirabiiiter bene sensit eo in libro, quem de idolo ad Asclepium scripsìt. Hic apud Egyptios in maxima veneratione fuit, adeo ut apud eos nephas fuerit ipsum proprio nomine nuncupare, credo ob reverentiam numinis, ne forte internominando de eius humanitate et mortalitate sermo contingeret et sic vide- retur deitati eiusdem in aliquo derogari. h) 2 cf. Serv. ad Verg. Bue. 7,37, Aen. XI 103, Mytb. Vat. I 5, II 274 i) 2 Serv. ad Verg. Geo. I 8, of. Hygin. fab. praef. j) 2 cf. Hyg. f. 115, Plin. n. h. XVI 239 5 Ovid. niet, I 567 ss. J) 2 Cic. u. d. Ili 16,42 m) 2 Cic. n. d. III 22,56 5 of. ps.-Apul. ^scZep. i) 2 vero om. JI a Tbetbyetn M j) 2 loneni bano M 3 Iris M 5 iuconvenieutia M — 97 — n) De Mercurio quinto filio Mercurij quarti, qui genuit Noraccm (e. xxxvi). /, 82^ Mercurius, qui a primo quintus est, ut dicit Theodontius, Mercurij filij Nyli fuit fili US, et cum a patre Cath fuerit nominatus, ob insignem eius et arti* flciosam scientiam meruit cognominari Mercurius atque coli. Huic enim ceterorum Mercuriorum ascribuntur insignia, ac insuper a Theodontio gallus illius apponi- 5 tur cingulo. Qui dicit eum, cum illi videretur a fama proavi atque patria locum preripi, in extremum occiduum abisse, et ibi in maxima occidentalium existima- tione fuisse, et cum illos multa docuisset ad merci raonia spectantia et mensuras et pondera mercatorum , deum ab eia nuncupatum fuisse... Eusebius... in libro temporum cum Theodontio concordat, diceus eum fuisse filiura Trismegìsti, et 10 regnante Argis Steleno floruisse. o) De Noraee Merciirii quinti Mio (e. xxxvii). Norax, ut dicit Theodontius, Qiius fuit Mercurij quinti ex Oschyra nyn- pha Pyrenei tìlia. Quod etiam lestari videtur Solinus ubi de mirabilìbus mundi qui eque cum Theodontio dicit hunc Noracem a Tharsalo Hyspanie oppido ve- nisse Sardiniam, ubi cum Sardus Herculis fillus universara insulara ex suo no- 5 mine dixisset Sardiniam, ipse oppido constructo de suo nomine nuncupavit. p) De Sole Vulcani filio, qui genuit Phetontem (e. xl). /.SI" Sol, ut scribit Tullius, Vulcani egyptij fuit fliius et , ut idem dicit Cicero, Egyptij volunt eius urbem fuisse Elyopolim, nani grece elyos sol dicitur. Theo- dontius autem dicit eum in ea civitate regnasse et splendidissimum fuisse re- 5 gem et Meropem vero nomine nuncupatum et in coniugem Glymenem habuisse et ex ea Eridanum, quem Phetontem vocavere, et alios fllios suscepisse. q) De Oriniso fluvio xvi. Oceani filio, qui genuit Accstem (e. xlviii). f, SA^ Crinisus fluvius Oceani et Terre fuit fliius. Is quidem per Syciliam ttuit... Egestae Hippotis flliae in Siciliam delatae forte formositate captus, in canem seu ursura versus eam cepit atque oppressit, et ex ea Acesteni tìlium suscepit... Quod autem in fine est, dicit Theodontius per coniecturas oporlere surai, cum nicbil 5 traditura inveniatur ab anliquis. Et iccirco dicit possibile fuisse hanc virginem minis alicuius potentis circa Grinisum, ubi devenerat, pavefaclam eius in ample- xus venisse, nam minantium boatus latratibus canum siraillìmi sunt; seu audaci alicuius complexu, quod ad ursura spectare videtur, virginem captam atque op- pressam fuisse. 10 n) 3 ef. Cic. n. d. Ili 22,56 {se. Tbeuth vel Tliotb) o) 3 Solìn. IV 1 p) 2 VÀa. n. d. Ili 21,54 q) 2 cf. Vivg. Aen. V 38 (Criniaus), Slu-v. ad Vevg. Aen. 1 550, V ?.0 (Crimisua), Myfcli. Vat. I 137 o) 3 Pyrrkenei M 4 Tbavsalo] se Tai-tesfto LIBER OCTAVUS. /. 84«i a) De Saturno xi. Celi filio... (e. i). ...Diclini... nato love loco eius Saturno a coniuge lapidem ostensum, de quo dicit Theodontius eum ipsum lapidem fuisse lovem, sed monstratura Saturno lovem non suum, sed alterius honiinis fuisse fìlium et Lapidem nuncupatum, 5 quod forsan sic est. /. 86c b) De Cerere tertia Saturni filia et maire Proserpinae (e, ii). ...Est ìgitur Ceres aliquando Luna, aliquando Terra et nonnunquam terre t'ructus, et persepe femina, et ideo quando Saturni et Opis dicitur Alia, femina est et Sycani Sycilie regis coniunx, ut Theodontius asserit. ^. g7d e) JDe Phitone v. Saturni filio (e. vi). .. Refert ergo Lactantius in libro divinarum ingtitutionum sic : « Ergo illud «in vero est, quod regnum orbis ita partiti sortitique sunt, ut orìentis iraperium *lovi cederet, Plutoni, cui cognomen fuit Agesilao, pars occidentis obtingeret, 5 « eo quod plaga orientis, ex qua lux morlalibus datur superior, occidentis autem « inferìor videatur etc. » Theodontius autem paululum plenius de hoc iuquit, Saturno scilicet lovem, Neptunura et Plutouem fuisse filios, qui eo mortuo cum eìs partiretur imperium ; contigit Plutoni iuniori in occiduam regni partem re- gnare, apud ea loca in quibus postea mansere Molossi , secus inferum mare , et 10 is a circumiacentibus regno suo populis Urcus appellatus est, eo quod sevus et receptor sceleslorum esset hominum, et quod ingenti cani suo quem Cerberum appellabat, consuetus esset vivos homines trucidandos apponere. Hinc Proserpi- nam virginem Syculam cura intercepisset rapuit, in regnum deporlavit suum, eamque sibi coniugem copulavit. liec ilie. d) De Veneratione Plutonis filia et Honoris coniuge (e. vn). Venerationem filiam fuisse Plutonis Servi us affirmat, Theodontius autem liane Reverentìam vocat, dicens venerari deos oportere, maiorcs autem homines revereri, et quoniam ea que homiuibus exhibetur et non dijs Plutonis fuit Alia, a) 4 cf. Euseb. ap. Hieron.Chron. ad a. Abv. 556 (Lapis rex in "Creta insula ap. Syncell. 288,18). e) 2 Lact. d. i. I 11,31 - 98 - — 99 — ideo Reverentia, non Veneratio appellari ; ex qua autem concepta sit matre non habetur, cura Proserpinam sterilem fuisse omnes affirment. Hanc Honori nuptara Paulus et Theodontius dicunt, et ex eo peperisse Maiestatem. e) De Ohirone sescto Saturni fiUo, qui genuit Ookyroem (e. viii). /. 88» .. Ex bis tictionibus Theodontius et Barlaam sensum exprimebant huius- modi, Gbìronem ideo Saturni filium dictum , quia circa agriculturam plurimum valuerit et quia hortorutn adaquationem invenerit, Phyllyre dictus est filius, quia Phyllidros, id est eque custos vei amator, eo quod ad irrigationem hortorum 3 plurima uteretur. /) De Ochyroe Jilia Chyronis (e. ix). f.SSi» Ochyroe Alia fuit Chyronis ex quadam nynpha Cayci fluminis suscepta, ut ait Ovidius: «Ecce venit rutulis...». Hec Esculapium orbi loto profuturum pre- dixit et patrem optaturum raortera et se- equam futuram ; que omnia evenere. Rei huius significatus potest esse, cum dicat Theodontius eam Tethim A- 5 chillis matrem fuisse, ideo in equam versara dici quia genuerit equum, id est hominem bellicosum uti Achilles fuit et furore cuius et ipsa Tethis, ut dicit Leontius, equarum dea nuncupata est. g) De Faunis, Satyris, Panibus etc. (e. xiii). Faunos, Satyros et Panes atque Sylvanos dicit Theodontius Fauni fuisse filìos, Leontius vero dicebat Saturni. ìì) De Aei Fauni fiUo (e. xiv). /. 89* ...Huic fabule Theodontius talem tribuit sensum. Dicit ergo Giclopem tirannum apud Syculos fuisse, cui maximum erat pecus, lacte cuius plurimum eius augebàntur substantie, et ideo Galatheam, id est lactis deam, amasse Acim dicit, quia ex Immidltate lac procreetur. Sed cum aque Acis fluminis hanc ha- 5 beant proprietatem, ut desiccent ubera polantium pecudum, non solura Giclops ob id a flumine ilio certo anni tempore amoveri greges iubebat, sed nonnunquam per rivulos illud exinanire atque desiccare conatus sit, frustra tamen. d) 2 Serv. ad Verg. Aen. VII .S27 e) 3 of. Hygin. f. 138, Mytli. Vat. I 103 f) 3 Ovid. inet. II 635 ss. ' e) 13 rapuit om. M e) 4 Pbiladros M /) 1 Ooyroe M LIBER NONUS. /- sa** a) De Hebe Innonis filia et iuvcntutis dea et Herculis coniuge (e. n), Hebes, ut ait T h e o d o n t i us, filia fuìt lunonis, cuius rei talem idem Theo- doutius recital fabularo : Apollinem scilicet limoni noverce in domo lovis patrie sui parasse convivium, eique inter alia apposuisse lactucas agrestes, quas cum 5 comedisset cum desiderio lune, ilio usque tuuc sterilìs, evestigio pregnans effecta est, et ex eo couceplu peperit idieben. Que quia formosa esset, a love ad officium pincernatus assurapta est et dea iuventutis elfecta. Tandem cum ipse una cum ceteris dis apud Ethyopes coraessaturus ivìsset, contìgit quod ministrante eis Hebe pocula perque lubricum minus caute incedente caderet, et casu vestimentis 10 amotis omnibus obscena superis monstraret, quam ob causam factum est ut illam /. 92c ab officio pincernatus luppiter removeret et loco eius Ganymedem Lauraedontis regis Troie fralrem substitueret. Postremo Herculi Eteo iam in numerum deorum assumpto illam iuDxere coniugem. y. 95d b) I>e Thcreo tertio Martis filio, qui genuit Ithim (e. viii). Thereus rex Tracum fuit et, ut ait Theo don ti us, filius fuit Martis ex uyupha Bistouide per vìm ab eo oppressa, quod in parte scrìbit Ovìdius : «Quem «sibi Pandion opibusque virisque polentem Et genus a magno ducentem forte 5 « (ìradivo Connubio Progne iunxit etc. v. /. 96» e) De Farthaone vi. Martis Jilio (e. xi). Parthaon , ut ait Theo d on ti u s , iilius fuit Martis ex Meroe , patreraque eius alio nomine Meleagrura appellatum et Calydonie regem. Pauliis autem dicit /. 96b hunc Martis fuìsse filium ex Sterope filia Atlantis. Lactantius autem dicit hunc 5 non Martis fuisse filium, sed Meleagri Martis filli. Tandem Theodontius dicit ve- rum esse Parthaonem filium fuisse Meleagri ex Merope Ethola virgine , sed quo- niam Meleager prinius armis sibi ocoupaverìt Calydoniam atque tenuerit, cum lovis Archadis filius fuerit, Mars a rudibus incolis et creditus et appellatus est, et inde h) 2 cf. Ovid. uiet. XIII 750 ss., 882 ss., Serv. ad Verg. Bue. 9,39 IX a) 2 Serv. ad Verg. Aen. I 28, Myth. Vat. I 204. b] 4 Ovid. met. Vi 426 ss, e) 3 I>act l'iac. ad Stat. Th. II 727, cf. Ilyg. f. 175, Myth. Vat. I 58, 146, 204 h) 4 Aoim om. M 5 procreatur M IX a) 2 talem om, M 5 ilico M evestigio om. VL 6 eo ex M 8 commenBaturus C 9 casu om, M, sed deìiide omnibus ia casu e) 8 ot ante cred. om. M -- 100 - — 101 — Parthaon Martis fllius dictus. Huius quidem geneologiam Homerus in Iliade in- troducens Dyomedem loquentem designat, ostenditque Parthaonem tres filios ha- 10 buiese, Agriutn, Melam et Eneum. Sed Tbeodontius bis superaddil quartum^ Thestlum scilicet ab Homero minime nominatum. d) De Thestio Parthaonis filio (e. xiii). Thestius, ut dicit Tbeodontius, filius fuit Partbaonis ex Calydone nyn- pha, Paulus vero dicit ex Althea. e) De Deyanira Enei filia et Herculis coniuge (e. xvii). /. 96* ...T heodontius dicit belium habitum cum Acbeioo buiusmodi fuisse, quod cum desideraret Hercules Deyaniram et Achelous fluvius Calidoniam duobus al- vei» fere omnem aliquando irrigaret, et sata omnia secum traheret, ab Eneo Herculi petenti hac sub conditìone concessa, si Acbeloum in unum cogeret al- 5 veum, et illum sepiret aggeribus, quod cum non absque maximo labore fecisset Hercules, Acheloo superato, Deyaniram obtinuit. /) De Gorge Enei Jilia (e. xviii). Gorgem Enei fuisse filiam testimonio Ovidij premonstratum est. Tbeodon- tius vero dicit Gorgem non feminam, sed hominem fuisse et in belio Thebano occubuìsse. g) De Parthenopeo Meleagri filio (e. xx) . /. 97* Parthenopeus filius fuit Meleagri et Athlantis, quani dicit Tbeodontius filiam fuisse lasii regis Archadìe, et cum esset acris propositi virgo coniugiura- que renueret, Dyanam in venationibus secuta est, tandem probitate vieta Melea- gri, eius usa contubernio, illi Partbenopeum peperit, quem eo quod diu celaverit 5 sic appellatus est a matris putata virginitate. Nam grece Parthenias virgo seu virginitas sonat. h) De Dyoinede Ti/dei filio (e. xxii). ...Tbeodontius vero dicit eas Grecis aplaudere et ceteris nationibus esse /. 97<* infeslas, et singulis annis aquam rostris portantes templum Dyomedis perfun- dere. Sed quid sub tìctionibus lateat videndum est.. Sotios... in aves mutatos dicit Tbeodontius ideo fictum, quia pyrrate effecti sunt adeo veloci cursu remo- 5 rum suffragio dìscurrentes maria, ut volare videantur, eosque Grecis servatis re- lìquis nationibus fuisse infestos. d) 2 of. Ilyg. f. 14 e) 2 cf. Hyg. I 129, Myth. Vat. I 58 /) 2 Ovìd. met. Vili 543, of. Hyg. f. 97 g) 2 of. Myth. Vat. I 174 d) 2 ut om. M g) 2 Atalantes M h) 2 eas, se, aves Blomedias Graecis Erodios, cf. Serv. ad Verg. Aeu. XI. 271, Ovid. met. XIV 443 h) 2 appi. M 4 socios M 5 piratae M 6 videreutur M r~~ — 102 — i) De Zesio vii. Martia filio (e. xxiv). Zesius, ut ait Tb eodo ulius , Martis fuit filius ex Hebe iuventutis dea susceptus, michi lamen omaino incognitus. /. gjtd i) De Euanne X* Martis filia et Oapanci coniuge (e. xxxvi). Euannes, ut Theodotitio placet, Martis fuit filia, ex Thebe Asopi flumi- nis coniuge suscepta. Que quidem Euannes coniunx fuit Capanei insolentissimi bominis, et ex eo fllium peperit quem Stenelutn vocavere. Credo ego banc fero- 5 cissitnara fuisse femìnam, et ideo Martis dictam filiam. Quam ferunt adeo Capa- /.lOOa neum virum suum dilexisse, ut dum fulnainatus apud Thebas eius funeralia exer- cerentur , ponereturque Capanei cadaver semiustum in rogum , feire non potens tam ingentem animi dolorem, sese iniecisse flammis illud urentibus, et sic una cum viro exustam et imraixtis clneribus in urnam depositam. j) 2 of. Hyg. f. 243, Serv. ad Verg. Aen. VI 447 j) 1 Euadue corr. M LIBER DECIMUS. a) De Amyci vel Amico Neptuni f.", QMì genuit Bythem (e. in). /.102c ... Theodontius vero hunc dicit ex Melanthone Prolhei senìs filia Nep- tuni fuisse filium. Verum ego magis Servio credam, cum dicat Leontius eum ex Melila insula haud longe a Sycilia ibidem devenisse et Bebritie regnura viribus occupasse. ^ 6) D